Il LAMA è uno spazio di riflessione e di sperimentazione nell'ambito delle pratiche audiovisive di rappresentazione dell'esperienza etnografica.
14 maggio 2012
Proponiamo un aggiornamento del lavoro svolto dal gruppo Pallavicini.
Siamo arrivati alle soglie dell'ultimo incontro prima dell'evento che avverrà il 27 di maggio. Gli incontri del giovedì sera sono stati dieci ai quali abbiamo partecipato con l'obiettivo di:
- osservare l'interazione tra noi e i soggetti della ricerca
- lavorare sulla costruzione di questo evento pubblico concentrandoci sulle rappresentazioni dei soggetti.
Qualche precisazione: l'evento in questione sarà una sfilata multietnica (definizione emica) di diverse gruppi nazionali che parteciperanno con la proposta di manifestazioni autorganizzate. Ai vari gruppi, individuati in base alla presenza attiva sul territorio, è stato chiesto di organizzare un proprio spazio di rappresentazione in forma autonoma.
La Villa Pallavicini si è quindi occupata di offrire un coordinamento organizzativo dell'evento in questione per consentirne la realizzazione: contatti con le istituzioni, con le associazioni locali, comunicazione con i media, coordinamento logistico. Il nostro primo desiderio di indagare su quali fossero le modalità di rappresentazione delle proprie identità locali è sfumato a fronte del fatto che il comitato stranieri funzionava più da interfaccia con le varie comunità che non come promotore di un'immagine o rappresentazione propria. Abbiamo quindi deviato il nostro percorso concentrandoci maggiormente sull'osservaziopne della partecipazione e sulle relazione dei soggetti in un contesto in cui diverse culture sono chiamate a collaborare per raggiungere un obiettivo comune. Ci è sembrato interessante che in nome di un progetto condiviso, le tipicità locali, con cui i soggetti descrivono se stessi spesso rigidamente, si smussano moltissimo nell'ambito della relazione. Nei video emergerà quindi la discrepanza tra l'idea di sé e il sé agito nell'interazione e particolare attenzione sarà data al nostro progressivo inserimento, tra l'iniziale incredulità dimostrataci e momenti di complicità.
28 marzo 2012
Villa Pallavicini
6 marzo 2012
Benvenuti
un primo messaggio per il gruppo che si occuperà di "villa pallavicini":
l'appuntamento è per le 21.00 di giovedi (e giovedi seguenti) presso la villa pallavicini che si trova in via Meucci, 3. ecco il link sito dell'organizzazione: http://www.villapallavicini.org/ dove trovate tutte le indicazioni necessarie per arrivare sul luogo e le informazioni su di esse.
Emanuela, la coordinatrice dell'organizzazione, sa del vs arrivo e ne ha informato i membri del comitato che vi attendono.
Siate generici sulle vostre intenzionalità perchè dobbiamo definire ancora molte cose: esplicitate che siete interessati ad accompagnare il comitato - e a partecipare attivamente - al percorso di preparazione dell'evento in questione (sfilata) e alla sfilata e di riprendere questo itinerario di scoperta e conoscenza reciproca. Portatevi due telecamere/macchine fotografiche e se ne ce fosse l'occasione chiedete ai membri del comitato (tutti a turno) le ragioni per le quali stanno organizzando la sfilata e il perchè di una sfilata in via Padova. Riprendete i loro interventi da vicino - primo piano ( uno/a si muove nello spazio e si avvicina al soggetto che interviene filmandolo in primo piano) mentre l'altra telecamera fa riprese d'ambiente - ovvero il gruppo - voi compresi - che interagisce. Portate poi i file delle riprese a lezione.
Per tutti:
scrivetemi per l'invio/ricezione di:
1. liberatoria per le riprese
2. foglio esplicativo: contestualizza formalmente il vs interesse
3. dalla teoria alla pratica: da tradurre in base alle vostre idee progettuali
La richiesta di occuparvi di s/oggetti e contesti di vs interesse implica che la declinazione dello schema (punto3) venga fatta/iniziata per lunedi prox
un caro saluto e buon lavoro
sara
7 febbraio 2012
articolo
sto cercando di accordarmi su una data per definire la questione dell'articolo riassuntivo sul lavoro svolto durante il laboratorio. Avrei bisogno di sapere chi di voi è interessato a partecipare a questa scrittura a più mani: scrivetemi una mail per cortesia indicando oltre al nome e cognome e gruppo di lavoro anche un paio di righe sui punti che intendete sviluppare e/o sui quali vorreste soffermarvi nella scrittura.
Per ora passo e chiudo
un caro saluto
sara
6 gennaio 2012
ultimo incontro lab 2012
innanzitutto un buon 2012 a tutti voi.
Poi
Per quanto riguarda la data dell' incontro per la visione dei montati realizzati + registrazioni dei crediti, a cuasa di difficoltà connesse con la prenotazione dell'aula durante questo periodo festivo et al, ci troviamo il giorno 16 alle 12.30 invece che il 9 in un aula che vi comunicherò nn appena ne riceverò la comunicazione io stessa.
Ci sarebbe la possibilità di pubblicare un articolo su un periodico locale (zona 2) sul lavoro in via Padova che abbiamo fatto durante il laboratorio. Coloro che vogliono partecipare, in particolare i membri del gruppo "memoria", possono provare a scrivere una breve sintesi ( max 10 righe ciascuno), sul lavoro svolto.
Un'articolo scritto a più mani quindi in cui sviluppare:
un breve introduzione per gruppo:
- premesse teoriche ( riferimenti teorici e obbiettivi dell'attività proposta) e contestuali (conoscenza del contesto e approccio al contesto)
- formulazione dell'oggetto di ricerca (delimitazione/costruzione del campo di ricerca)
- riformulazione dell'oggetto a seguito del confronto diretto con il contesto/soggetti local
- conclusioni
Chi vuole partecipare posti il suo contributo sotto l'etichetta etnografia della via Padova.
Per ora è tutto
un caro saluto
Sara
30 novembre 2011
stato dell'arte
una breve sintesi a beneficio di tutti per tentare di ricomporre un quadro generale dei lavori che sono in corso nei diversi gruppi e condivederne i progressi....oltre che, ovviamente, per riflettere circolarmente su di essi.
Gruppo memoria: ho letto con attenzione le trascrizioni delle interviste da voi postate sul blog e alcune di esse forniscono numerosi elementi molto utili per l'analisi:(in sintesi)
1: la domanda dell'austriaca: Dove sono? (oltre alla nostalgia per uno spazio immaginato - romanticismo italiano - la domanda esprime un ansia di località che mi sembra dire molto in riferimento ai processi globali in corso
2: le memorie di emigrazione e dei vissuti di contatto con il nuovo ambiente urbano da parte degli immigrati italiani. Mentre questi ultimi esprimono rammarico - generalmente - rispetto alla situazione della via in confronto a un prima (per quanto irto di difficoltà)a volte idealizzato, i commercianti stranieri all'opposto sembrano rilevare i miglioramenti recenti nella via (ad esclusione dei controlli delle forze dell'ordine). la consapevolezza circa le difficoltà incontrate al proprio arrivo a Milano non sembrano (apparentemente?) facilitare una migliore comprensione dei vissuti degli attuali immigrati.Ma bisogna distinguere i livelli: se dal piano "commerciale" ci spostiamo al livello del vissuto/conoscenze soggettivo ( saperi e pratiche di emigrazione, mestieri, etc)la narrazione mi sembra riflettere una riflessione - in alcuni casi profonda - sui cambiamenti in corso e sulle continuità/discontinuità esistenti.
3. la ricchezza dei saperi/conoscenze che alcuni soggetti hanno condiviso con voi (vedi borsalino, tappezziere et al)
GRUPPO MEMORIA:
Da lunedì iniziamo a lavorare con il montaggio. Le diverse difficoltà che avete incontrato nel corso del vostro lavoro ( sia con gli interlocutori che nell'utilizzo dei mezzi di registrazione audiovisiva) vanno pensate/riflettute come risorse che vi consentono uno sviluppo più approfondito della vostra analisi. Lunedì alle 9.00 mi incontrerò con un gruppo e nel pomeriggio alle 13.30 con un altro gruppo per il montaggio - ad ora - dei seguenti materiali ( le macchine disponbili nn ci consentono di lavorare tutti in contemporanea):
- videointervista borsalino
- video intervista gian paolo
con i vostri colleghi presenti all'ultimo incontro abbiamo selezionato e segnato le parti utili per il montaggio.
si è inoltre deciso di:
- approfondire la visita al sarto turco transitando nello spazio del suo negozio al fine di esplorarlo attraverso l'utilizzo della telecamera.
- riprendere l'uscita e l'entrata dai negozi delle attività commerciali filmate
- ampliare le riprese dal tappezziere con l'eventuale possibilità di filmarne il lavoro in corso d'opera.
infine: l'audio utile verrà lavorato e costituirà materiale d'approfondimento in sè
GRUPPO MONTAGGIO: i vs colleghi, dai quali attendiamo news al più presto via blog, stanno ultimando il montato del lavoro svolto con il comitato stranieri di villa Pallavicini. Dal momento che le riprese sulla passeggiata successiva al focus group non è utilizzabile, i vs colleghi si sono recati in via Padova nel tentativo di ricostruire il percorso svolto durante la passeggiata, e di ampliarlo. (loro sapranno di certo dircene meglio e di più).
L'idea lanciata a fine lezione è quella che, previo contatto con Beatrice - coordinatrice del comitato - si organizzi una proiezione del materiale durante la quale:
- raccogliere le impressioni/percezioni/riflessioni dei membri del comitato (filmare)
- raccogliere delle narrazioni (videoriprese) sulle immagini che ricostruiscono posteriormente l'esperienza della passeggiata che i soggetti hanno personalmente vissuto
- gettare le basi per i prox itinerari di ricerca e di approfondimento
GRUPPO ITINERARI VISIVI: il materiale video in parte postato via blog si unisce alla ricerca dei titoli di coda dei periodici che hanno costruito una certa rappresentazione della via nel corso del tempo ( che si sta modificando grazie all'azione congiunta dei soggetti attivi sul territorio) e alla ricerca di materiale fotografico che testimoni del cambiamento di cui la via è stata oggetto. Il gruppo ha postato puntualmente le sue sintesi sul work in progress e direi che è arrivato il momento di incontrarci e di fare il punto della situazione in vista del montaggio che non è un impresa da poco se non si ha familiarità con il mezzo.
La mia disponibilità, come accennavo a Roberta, è per mercoledi mattina o giovedì della prossima settimana(fatemi sapere il prima possibile).
Consigli: a) visionate insieme (o a piccoli gruppi) i materiali che avete raccolto e costruite uno storyboard (cosa includere e cosa escludere nel montaggio. b) raccogliete i file audio/video in differenti cartelle di riferimento (per es. periodici/ attualità/passato, etc. d) mettete il tutto raccolto in una cartella MONTAGGIO in un dispositivo di memoria (hard disk)c) controllate l'estensione dei file audio/video in vs possesso e in caso di strane estensioni segnalatemelo che vi informo su come convertire i vostri materiali in un'estensione lavorabile.
Per ora mi sembra tutto,
in caso aggiungerò e/o chiarirò eventuali dubbi e perplessità
un caro saluto e buon lavoro
sara
27 novembre 2011
Gruppo 1: Qualche riflessione sul lavoro svolto finora
Durante la lezione di laboratorio del 14 Novembre, successiva alla prima esplorazione sul campo, dopo aver ascoltato parte del materiale audio-registrato, è emersa l'importanza di orientare le interviste alla raccolta di "storie di vita", ovvero racconti riguardanti il percorso migratorio dei soggetti intervistati, siano essi italiani emigrati dal sud al nord del Paese, o persone provenienti dall'Estero. La focalizzazione sulle esperienze individuali è funzionale all'individuazione di analogie e differenze nei percorsi di migrazione, tale da permettere una comprensione più generale del fenomeno.
In effetti, le successive esplorazioni in via Padova (17, 18 e 21 Novembre) sono state condotte con questo scopo. Tuttavia sono emerse alcuni ostacoli di ordine pratico: innanzitutto la difficoltà di intervistare persone durante l'orario di lavoro (soprattutto i negozianti stranieri), per questioni di tempo, per l'assenza del proprietario, per disinteresse o fastidio rispetto al progetto. Infatti, la costante presenza di studenti (provenienti da scuole e università diverse) che svolgono interviste in via Padova, probabilmente comincia ad essere percepita con un po' di stanchezza e indifferenza. Inoltre, è difficile che i soggetti coinvolti approfondiscano il loro vissuto personale nel frangente di una singola intervista, con ragazze che non conoscono. Infine,i commercianti italiani presenti sul territorio, come il macellaio e il Borsalino, pur essendo stati molto disponibili raccontandoci la loro personale esperienza lavorativa, non ci forniscono informazioni inerenti alla migrazione, essendo nati e cresciuti a Milano o in provincia.
Il rischio intravisto a seguito delle ultime interviste, è il medesimo che aveva caratterizzato le prime: che si ottengano informazioni tra loro piuttosto simili, nella loro superficiale parzialità.
In seguito a queste considerazioni, il problema sollevato dal gruppo è quindi relativo all'utilizzo del materiale ricavato e, più in generale, all'orientamento definitivo da dare al lavoro. Un'ipotesi avanzata è stata quella di fornire una ricostruzione della memoria tenendo come sguardo privilegiato quello dei negozianti italiani. In effetti, in considerazione del tempo a disposizione per la ricerca, il confronto con i negozianti italiani è sicuramente più immediato e, altro aspetto, si tratta di signori non più giovani, che hanno tanto da raccontare sulla propria attività, vissuta con passione e impegno, e sui cambiamenti che hanno potuto osservare e vivere nel corso degli anni.
Il resoconto delle ultime interviste verrà pubblicato quanto prima.
Arianna Albieri, Irene Borchi, Irene Carrara, Alice Comotti, Claudia Esposito, Beatrice Meroni, Chiara Valsecchi
18/11/11 - Gruppo 1: Resoconto Interviste di Beatrice e Irene C.
Erano presenti due ragazzi, una ragazza giovane e una donna: la madre dei tre figli.
Vista la signora che indossava il velo e la varietà di piatti che proponevano abbiamo pensato fossero persone provenienti da qualche paese del Medioriente.
Invece si sono presentati come lei siciliana e il marito egiziano (assente in quel momento).
Non siamo riuscite a intervistarli, ma solo a recuperare qualche suggerimento per possibili interviste future e a fargli qualche domanda tra cui:
Come mai avete aperto un negozio in Via Padova?
“Abbiamo scelto di aprire qui perché c’era lo spazio disponibile.”
Abbiamo notato che oltre a kebab vendete lasagne, arancini e pizza, perché?
“Il nostro negozio riflette la nostra famiglia che è mista”.
Ci siamo poi dirette a un’agenzia viaggi che Irene conosceva: Vuela, alla prima rotonda di Via Padova.
Entrate, ci siamo presentate e abbiamo chiesto se potevamo fare qualche domanda.
Juan, il ragazzo dietro al bancone ci ha accolte calorosamente e si è reso disponibile a rispondere, ma non ha voluto che lo registrassimo. Ci ha dato, però, il permesso di fare un video all’interno del negozio firmando il consenso.
Lui è italo argentino ed è solo da qualche anno che lavora qui. La sua titolare, invece, è peruviana ed è qui da 20 anni. Nel negozio lavora anche un altro ragazzo che è equadoriano.
Juan ci racconta che vendono biglietti aerei soprattutto per il Sudamerica e hanno scelto di aprire un’agenzia viaggi di questo tipo in Via Padova perché “è il punto focale per i sudamericani”.
Lui non vive qui, ma fuori Milano e viene in Via Padova solo per il lavoro. Per questo motivo non ci dice molto sulla questione della memoria e della vivibilità nella Via, ma afferma: “ È una via pericolosa, non è come andare in Buenos Aires. Però ci sono anche molti stereotipi.”
Prima di salutarci ci dice che per la nostra ricerca può essere interessante intervistare la panettiera di fronte. Seguiamo il suo consiglio, lo ringraziamo e ci dirigiamo verso Il Fornaio.
Entriamo nel negozio e ci presentiamo alla signora panettiera.
Si dimostra subito disponibile e comincia a raccontarci le sue impressione sulla Via.
“… Da un annetto a questa parte ci sono più controlli, va un po’ meglio.
Vent’anni fa ho aperto il negozio e non era così. Se no non avrei mai aperto qui. Non per gli stranieri, eh, per carità”.
Entrano due clienti italiani. La signora continua: “Io non vado nei loro negozi e loro non vengono nel mio…C’è troppa prostituzione… Vede non ci sono più italiani in questa Via. Non ci sono più i negozi che c’erano prima. Oltre Moda era un negozio che vendeva vestiti da sposa, ora sono cinesi che vendono le loro “cineserie”. Il “degrado”, perché lo dobbiamo chiamare così, è iniziato con questi negozi “usa e getta”, senza qualifica… Io non ce l’ho con gli stranieri, ce l’ho con le autorità che danno i permessi a questi stranieri di aprire i loro negozi che fanno gli orari che vogliono. Come fa un fruttivendolo a stare aperto tutto il dì da mattina a sera?”
Le chiediamo se ha mai pensato di trasferirsi. Intanto vediamo che entrano clienti, anche stranieri.
“Sì, certo, penso di trasferirmi, i miei figli soprattutto… Anche noi siamo venuti qua con la nostra valigia di cartone 40 anni fa. Prima siamo andati a vivere a Crescenzago poi qui. Viviamo in un condominio di italiani e stranieri che lavorano onestamente… Siamo di Bari noi… abbiamo lottato per non lavorare la domenica. Anche “loro” devono rispettare gli orari di apertura e chiusura dei negozi… E poi c’è troppa gente sul marciapiede da mattina a sera senza lavorare”.
Con fatica tentiamo di indirizzare il discorso sulla sua storia di migrazione.
“Sì, c’erano discriminazioni nei miei confronti. Vi racconto un episodio: Un giorno sono entrate due signore a comprare il pane e hanno visto i miei figli. Una disse – Che bei bambini!- L’altra signora si gira e dice – Sì, ma son semper terùn- “.
La nostra interlocutrice torna subito al discorso dei negozi di stranieri che sono tutti di abbigliamento, sono sempre vuoti e si chiede come fanno a pagare l’affitto. Sono sempre aperti, alcuni fino a tardi, mentre il suo negozio una volta è rimasto aperto fino alle 19.37 e le hanno fatto subito il verbale.
Le chiediamo se lei entra mai in uno di quei negozi e ci risponde:
“ Solo al cinese qui di fianco do il pane e bevo il caffè… Io, da meridionale, non vado a prendere quelle scatolette”.
Finita la chiacchiera con la panettiera, entriamo nel negozio di animali di cui ci aveva parlato la signora del kebab. In un ambiente molto curato e pretenzioso (le gabbie dei cagnolini sono come vetrine sulle nostre teste, davanti al bancone, illuminato con luci calde, ci sono poltrone in pelle per accogliere i clienti), troviamo due commesse, una austriaca l’altra romana, che si dimostrano un po’ titubanti di fronte alle nostre richieste, ma alla fine accettano di farsi audio registrare.
I loro discorsi, però, non si scostano da un malcelato razzismo e dalle continue lamentele per la situazione attuale di via Padova. Cerchiamo di farci raccontare anche le loro storie di migrazione, ma riusciamo a raccoglierne solo piccoli brandelli.
La commessa austriaca si è trasferita a Milano 15 anni fa e vive in via Padova da 5, solo perché un amico le ha trovato casa qui. Era venuta in Italia immaginando il romanticismo italiano, mentre ora afferma di non capire più dov’è, vista l’esagerata presenza di stranieri (“quando la domenica esco non capisco dove sono”, “ero venuta in Italia per essere in Italia, ma adesso…dove sono?!”). Non sa cosa fare nel futuro, di certo andarsene da via Padova, magari in una villetta fuori Milano, perché tornare in Austria ora, dopo tanto tempo, sarebbe difficile.
La ragazza romana, invece, che è quella che più si dilunga in sproloqui anti-stranieri (“comunque...ehm...marocchini…cose… lì, sempre ubriachi!” “ragazzi italiani che mi infastidiscono…guarda, ci metterei la firma!”) è sempre passata da Milano, ma si è trasferita qui (in un’altra zona) 9 anni fa.
Approfittiamo dello squillo del telefono per concludere e rimetterci alla ricerca di altre persone da intervistare.
Identifichiamo un bengalese dall’espressione simpatica, ma è alle prese con lo scarico merci. Pensiamo che potremmo intervistare il ragazzo (pare italiano, del sud?) che è fisso come un palo di fronte alla vetrina di un negozio cinese di telefonia e con cui abbiamo scherzato sul passeggino della bimba di Irene lasciato incustodito, ma ci sembra che sarebbe deviante rispetto ai nostri obiettivi. Entriamo allora nel negozio, ma la ragazza e il ragazzo cinesi al bancone non vogliono collaborare con noi, con la scusa di non abitare in via Padova. Proviamo allora nel ristorante latino-americano dietro l’angolo, dove però riceviamo l’ennesimo rifiuto.
Ci lasciamo attrarre dallo scorcio interessante di un piccolo negozietto, nel quale una signora è alle prese con una vecchia macchina da cucire. Entriamo ed otteniamo l’intervista che ci renderà soddisfatte della giornata! Inizialmente chiacchieriamo con Annamaria, la signora, che, una volta appurato che i nostri interessi non toccavano il razzismo attuale in via Padova, ha dato inizio ad un piacevole flusso di ricordi, al quale hanno poi contribuito anche Giuliano e Mario, i due signori che, al nostro arrivo, chiacchieravano tra loro nel retrobottega. Si delinea così, attraverso la polifonia delle loro voci, l’immagine di una via Padova molto diversa da quella attuale: la strada lastricata di pavè attraversata da fiumiciattoli da cui risuona il frinire dei grilli ed il gracidare delle rane, il tram giallo, le biciclette che trasportano il ghiaccio, i carbonai, i corrieri, ragazzi che si trovano a ballare al civico 61, il Parco Trotter come polmone verde per guarire i bambini tisici, e, in periferia, addirittura marcite e risaie.
Ricaviamo anche degli interessanti cenni sulle loro storie personali, specialmente sul percorso migratorio di Mario, trasferitosi in città a 18 anni dalla val del Cassero.
Soddisfatte dell’ultima chiacchiera, della registrazione e del paio di riprese ricavate (tra cui una buffissima in cui Mario finge di cucire!), decidiamo che la nostra avventura si può, per il momento, concludere qui.
Interviste semi-sbobinate:
● NEGOZIO DI ANIMALI
commessa austriaca venuta in Italia 15 anni fa, vive qui da 5 anni perché è stato facile trovare un alloggio tramite un amico
clientela italiana prevalentemente
se potesse andrebbe via immediatamente, da questa via, che “quando di domenica esco non capisco dove sono...c'è anche brava gente che va a lavorare, non si può mettere tutti nella stessa pentola”
vorrei una villetta fuori Milano
quello che pago per una casa in via padova è davvero esagerato
le specialità di altri paese li vogliamo provare tutti,alle volte vado dal cinese o dal Kebab
ero venuta in italia per essere in italia, adesso mi guardo intorno...dove sono?
in austria di stranieri ce ne sono tanti ma non possono permettersi quello che si permettono qui
commessa romana: milano è cambiata tanto negli ultimi 10 anni...paragone con Paolo Sarpi
è qui da tanto tempo ormai (9 anni) ed è sempre passata di qui
anche quando esco da casa mia dalla parte opposta di Milano vedo sempre alle 9 di sera “comunque...emh...marocchini/cose ,lì, ubriachi!! con bottiglie di birra che ti rompono cmq le scatole...
“poi non è che uno deve fare discorsi di razzismo”.... poi dice dice rivolgendosi agli stranieri:- “io sono a casa mia e loro mi devono portare rispetto!”
ragazzi italiani che mi infastidiscono -guarda- ci metterei la firma
ripeto, Non è un discorso...“uno vuol fare razzismo...ci mancherebbe altro”
● TAPPEZZIERE (ha qui il negozio da 50 anni)
il figlio continua il lavoro del padre nell'altro negozio di via padova.
Annamaria
nata e vissuta a pta venezia, ora vive in via padova (dal 54) e non le piace.
Ricorda quando veniva, da giovane, con un tram giallo, che partiva da pta venezia e arrivava qui, nella zona delle case popolari, che veniva chiamata “mulino”. Aveva una zia che abitava nelle case popolari e già quando aveva 12 anni veniva a trovarla per andare a ballare, al numero 61 di via padova, insieme anche alle sue cugine più grandi. Si andava a ballare in questo posto gestito da un partito o a volte anche in luoghi più eleganti, si seguiva l'onda. Si poteva andare in giro da soli a tutte le ore del giorno (lei finiva di ballare a mezzanotte e a volte partiva da casa di dua zia la mattina presto). Ora, nemmeno alla sua età, se la sente di andare in giro da sola la sera.
Lei viene qui per passare il tempo.
Ha fatto ragioneria e poi ha lavorato nella ditta del padre autotrasportatore.
Di via padova si ricorda la gelateria “il mago del gelato” ora, ci guardi dentro, c'è un bar di cinesi. Di fronte c'era una teleria...adesso invece un negozio di cineseria. All'altro angolo c'era un altro bar...adesso gestito sempre da cinesi. Le macellerie che lei vede una volta erano di italiani e adesso non ce ne sono più d'italiane., tutte arabe o insomma di extracomunitari. (...)autofficina, colorificio, ora tutte cineserie.
era tutto pavè, era più bello, aveva una sua caratteristica.
Quando hanno sgomberato il leoncavallo, i ragazzi del leo si trovavano qui.
Ha sposato un siciliano, l'ha conosciuto qui al 61, a ballare.
Verso i meridionali c’era ostruzionismo. Facevano fatica ad inserirsi. Anche perché noi eravamo un po’ chiusi. Un po’ come adesso: noi ci chiudiamo lasciandoci, come si può dire, sopraffare da tutte queste persone. Prima o poi ci seppelliranno. Ma non siamo capaci di reagire. E allora come si reagisce? Chiudendosi in noi stessi e lasciando in disparte gli altri. Questo era quello che succedeva a loro. Anche perché purtroppo quando arrivavano, arrivavano con le valigette chiuse con la corda. Dico la verità che portavano su il mangiare (pecorino, cose del genere), quindi quando arrivavano erano un po’ rifiutati. Mio marito era siciliano (provincia di Palermo). Ogni tanto servivano anche loro!
Ricorda anche di come si sentiva un po’ rifiutata quando è scesa al paese di suo marito. Nonostante l’ospitalità siciliana, i genitori dell’uomo avrebbero preferito che avesse trovato una moglie lì al paese.
Mario (val del cassero) e Giuliano (val seriana, madre pavese)
(polifonico)
Io ricordo che via Padova, negli anni dal 46 al 53-54 era la via dei corrieri. Mi ricordo c’era Dani, Domenichelli, ecc. io me lo ricordo perché quando volevo andare al mio paese d’origine, il treno era molto scomodo (si viaggiava in piedi sui carri merci e il treno faceva tutte le fermate), allora io venivo in via padova e siccome i miei lavoravano a un magazzino qui, c’erano tutti i corrieri che conoscevo e ce n’era anche uno del mio paese. Lui mi portava fino a bergamo, poi la corriera mi portava in val seriana.
L’unità del tempo era molto diversa da adesso.
La via padova negli anni 50-60 era attraversata da fiumiciattoli. Allora quando arrivavi in fondo a via padova eri già fuori milano e non c’erano mica tutte ste case. Alla gobba c’era l’osteria. Eran tutte marcite, c’era il riso qui a destra. Era roba da paesani. Come attività, negozi ecc, ghe n era casi minga.
La cosa più bella secondo me che c’era a milano in questa zona qui erano i tram, poi han fatto il metrò. Qua in via padova ora c’è l’autobus lì scalcinato. Poi abbiamo una storia qui a piazza loreto abbiamo ucciso il duce.
Al’’angolo via padova- ple loreto c’era il cinema novecento e poi c’era una chiesetta, che era un prototipo della nostra chiesa “il redentore”, che a sua volta è
Io mi ritengo un fortunato perché sono nato in un epoca in cui ho potuto vedere un cambiamento che… – ma in un attimo! – è stato impressionante. Io andavo alle scuole elementari con i miei amici che avevano su gli zzoccoli e che venivano in classe con gli zoccoli sporchi di cacca di mucca…bene…quando in quarta elementare abbiamo inaugurato la nuova scuola del mio paese, ci sembrava un monumento! In stile mussoliniano. Ricordo l’odore dell’aula nuova, che io non riesco a definire, a esprimere – posso aggiungere una cosa: c’era invece l’odore del posto vecchio che eran tutte case di ringhiera, come questa è ancora del 1901, quella di là del 1899. era bella come casa. Era un proprietario unico.
Quando noi siam venuti a milano per noi è stato un trauma, perché abituati a un paesotto.
A 11 anni io giravo già con le stoffe! Prima uscita ero con gli zzoccoli, come dice il mio amico qui e dormire sul carro di notte, col freddo, col gelo e tutto quanto. A milano sono venuto a 18 anni, nel 53, da solo… dopo un po’ mi sono portato la bicicletta, non avevo neanche da mangiare. Però prima sono andato a genova, facevo la spola da là a genova. Lavorava da minatore, (con la rivoltella), visto che suo papà era minatore. C’erano molte miniere di lignite (sostituto del carbon cock, dell’antracite). Si usava fare miniere in obliquo, la prima volta che ne hanno fatta una in verticale io sono rimasto impressionato.
In via padova di carbonai ce n erano tantissimi (uno c è ancora li avanti).
Alla nostra epoca non c erano i frigoriferi, il cubo (50x20)di ghiaccio lo si portava con le biciclette. (gli è venuto in mente perché oggi il padrone dell’orto gli ha mostrato un mobiletto, che aperto era tutto in acciaio per mantenere il freddo)
Ora al parco trotter ci vanno tutti, di tutti i colori. una volta ci andavano i figli delle persone che non stavano bene, che avevano la tbc. Era un polmone di milano, di aria pura. C’erano le scuole montessoriane.
Altri ricordi in libertà…(il freddo, la cucina-soggiorno, i fiori sui vetri)
Qui avanti c’era una di quelle acque marce, solforosa. (ci raccontano l’origine di una al lago vicino al suo paese e ne discutono)
Una volta si sentivano i grilli e e le rane in martesana. Ora ci mettono dentro gli anatroccoli ma c è qualcuno che se li mangia! Di notte li vanno a prendere, i cinesi. Ci fanno spegnere il registratore per raccontarci l’aneddoto.
Esplorazione di: Beatrice Meroni, Irene Carrara
17/11/11 - Gruppo 1: Resoconto Interviste Chiara e Irene B.
24 novembre 2011
11/11/11 - Gruppo 1: Resoconto Interviste di Alice, Arianna, Claudia
Le interviste di questa giornata hanno avuto come target i negozianti italiani rimasti nella via Padova. Dopo esserci recate alla bocciofila del circolo Caccialanza e ottenuto una informale chiacchierata col signor B, la nostra attenzione si è infatti concentrata sulla ricerca dei possibili interlocutori individuandoli nelle persone del signor G (macellaio) e del signor E (produttore di cappelli). Il nostro metodo è stato appositamente quello di impostare un colloquio di tipo informale (con utilizzo di carta-matita per gli appunti e di registrazione audio) da cui abbiamo ricavato spunti interessanti da poter approfondire nelle prossime interviste col supporto dei mezzi audiovisivi.
Signor B - bocciofila circolo Caccialanza
La bocciofila è un circolo privato dei soci frequentato regolarmente da italiani e solo occasionalmente da persone immigrate che si recano al bar.
La memoria della via emerge fin da subito nelle parole dell’intervistato: “Una volta a Milano c’erano i rioni ed era un paese “governato” dalle figure del prete, del sindaco e del maresciallo dei carabinieri: anche via Padova era costituita più o meno in questo modo”. L’immigrazione sulla via è iniziata circa un ventennio fa e “se andiamo avanti così comanderanno loro”; i negozi italiani sono quasi tutti scomparsi e sostituiti da cinesi nonché sudamericani ed egiziani (il signor B fa riferimenti anche alla compravendita dei beni immobili da parte dei cinesi).
Le provenienze delle persone immigrate in generale (non necessariamente proprietari di negozi) sono le più disparate: Sud America, Maghreb, Filippine, Romania, Giappone, anche se emergono opinioni discordanti (nelle tre interviste effettuate) sulla percentuale più o meno alta dei cinesi nella zona (essi sembrano essere molto più presenti in via Paolo Sarpi).
Dall'intervista del signor B emerge che, a suo parere, non può esserci integrazione tra italiani e stranieri. La zona che addirittura i carabinieri evitavano (testuali parole del signor B) fino a poco tempo fa è quella di via Arquà: fino a due anni fa giravano nella via i carabinieri accompagnati dall'esercito. Nel settore commerciale il cambiamento sembra essere dovuto non tanto alla presenza di immigrati, quanto alla situazione economica che inizia a pesare per il lavoro in calo…
Signor G - macelleria
Il signor G. racconta che da Loreto fino a Crescenzago c’era “la bellezza di centoventi negozi italiani” fino a circa quindici anni or sono. Ci spiega che il motivo per cui tanti italiani hanno ceduto i loro negozi di macelleria potrebbe essere ricondotto in primo luogo a fattori quali la mancanza di passione verso questo tipo di attività ed ai sacrificanti orari di lavoro che un negozio del genere richiede: “io inizio alle 7 del mattino e finisco alle 11 la sera: dopo la chiusura non si finisce di lavorare poiché c’è da fare la pulizia, sistemare la carne, riordinare il banco.”
Il signor G ha un negozio di macelleria in via Padova dal 1963: nato in brianza da genitori macellai, da generazione di macellai, ha imparato il mestiere anche facendo pratica in Francia e successivamente nella zona di Usmate. Ci racconta di aver iniziato come garzone con il compito di pulire il negozio: solo dopo sei mesi “quando ho imparato a pulire, mi hanno messo in mano il coltello”. Il signor G. pare voler farci capire come sia stato impegnativo imparare il mestiere, non solo facendo riferimenti alla sua “gavetta” ma anche mostrandoci i vari diplomi e premi da lui ottenuti (ha studiato anche un po’ di veterinaria).
Afferma di avere una buona clientela: da una parte quella italiana “delle nonne di una certa età che saranno 40-50 anni che le servo” e dall’altra, negli ultimi anni, quella immigrata composta da peruviani, ecuadoregni, cileni, colombiani, boliviani, filippini, magrebini, salvadoregni, rumeni e giapponesi. Alcuni di questi clienti hanno voluto ringraziare e lasciare un loro ricordo al signor G donandogli piccoli pensieri dal loro paese di provenienza che sono stati da lui esposti in negozio.
Il nostro intervistato sostiene che la sua clientela immigrata si sia formata anche per il fatto di essere stato fin da subito disponibile: “i primi anni che hanno cominciato a venire qua, son venuti da me perché se avevano bisogno qualche piacere glielo facevo, se avevano bisogno una via gliela dicevo, se potevo mandare a lavorare una persona la mandavo, e allora hanno cominciato da una voce all’altra, da una voce all’altra e insomma…mi vogliono bene, ecco!”.
In generale emerge un buon rapporto con le persone immigrate “che siano educate e all’altezza di capire certe cose” anche se non ne mancano altre che “si ubriacano o non rispettano la legge italiana” ma, continua il signor G, non è possibile fare una stima precisa, una percentuale completa.
Parlando ancora della sua attività, il signor G imposta un confronto fra le macellerie di una volta e quelle di adesso: “io vendo un po’ di salumi e tutto il resto di macelleria; non è che un macellaio deve vendere le patate, i piselli, le carote…Un macellaio dev’essere un macellaio, una drogheria dev’essere una drogheria! Una volta eran più bravi che adesso perché c’era il droghiere che vendeva il vino, che vendeva i liquori, il macellaio che faceva il macellaio. Ora ci sono i bazar!”.
Il cambiamento della via, esulando dal settore del commercio, risulta evidente: “sulla via Padova prima c’erano delle feste, lì c’era il gioco delle bocce, si andava a ballare, si andava a cantare, c’erano delle osterie belle, c’era più compagnia…Adesso cosa c’è?”
Signor E – Borsalino, negozio di cappelli
Il signor E, proprietario del negozio da 50 anni in via Padova, sostiene che a partire dal 2000-2001, la zona è cambiata totalmente: sembra essere rimasto tutto inalterato per almeno 30-35 anni e poi negli ultimi 10 anni c’è stata la svolta. Nella zona sono rimasti pochi italiani, “quei pochi vecchi, con reddito basso (anche come capacità di acquisto) e il resto tutti stranieri”.
Riguardo la nostra richiesta di spiegazioni circa i motivi per cui gli italiani avrebbero lasciato via Padova, il negoziante elenca dei fattori tra cui emerge innanzitutto che “la vita di negozio è una vita di sacrificio (elemento emerso anche nell’intervista al negoziante della macelleria): fai orari più lunghi degli altri, non fai weekend perché il sabato è lavorativo, ed è un lavoro abbastanza faticoso”. Fino a un certo punto è stato remunerato adeguatamente per cui “c’era qualcuno ancora disponibile a portarlo avanti perché faceva un po’ più fatica degli altri ma guadagnava bene; dopo i guadagni sono diminuiti e a quel punto lì uno dice se devo lavorare molto e guadagnare poco e posso fare dell’altro, allora preferisco.”
Di conseguenza i negozi hanno cominciato a chiudere, le nuove generazioni non sono state più sollecitate a continuare e quei pochi giovani che ci hanno provato, non avendo nessuna esperienza o capacità nel campo, e pensando che avere un’attività fosse semplice e molto remunerativo (modo di dire, a detta del signor E, lasciataci dalla tradizione), hanno aperto e chiuso negozio nell'arco di tempo di uno o due. Il nostro intervistato, a riprova di ciò, ci dice che il mestiere gli è stato insegnato dal padre e che lui lo ha insegnato al figlio.
Nel frattempo sono subentrati gli immigrati (soprattutto cinesi ed egiziani), disposti a comprare a prezzi superiori rispetto agli italiani e a pagare affitti alti che gli italiani non erano propensi a pagare e hanno offerto di più agli italiani che non quello che offrivano altri italiani (“un cinese nella via ci sta, soltanto che nessuno si immaginava che un cinese, poi un cinese, poi un altro cinese, alla fine è diventato tutto cinese nel giro di poco tempo!”).
Dal colloquio col signor E risulta che la minor rendita dei negozi italiani sia da ricondurre al periodo precedente l’immigrazione; anche per l’affitto degli immobili gli immigrati hanno offerto di più (elemento congruente con le parole del signor B alla bocciofila). In modo particolare sembra che i cinesi, pur essendo stati gli ultimi ad arrivare nella via, poiché prima sono immigrati nella zona i nordafricani e i sudamericani, abbiano “preso piede” più degli altri, almeno per quanto riguarda le attività commerciali e gli ultimi negozi rimasti non potrebbero andare che a loro perché ormai la via è tutta cinese, “è zona loro”.
Data la particolarità del negozio (vendita di cappelli al dettaglio, che “non si trovano dappertutto” oltre che altri articoli) il signor E ha conservato una clientela italiana che però va sempre più riducendosi non raggiungendo nemmeno una percentuale del 50%. Il motivo sembra collegarsi al fatto che in una via dove ci sono tutti cinesi, le persone con una certa fascia di reddito preferiscono recarsi in una via commerciale consona alle loro possibilità economiche e al loro livello e di conseguenza non percorrono tutta la via Padova “per vedere il signor Borsalino”: “a quel punto il cliente deve venire solo per te mentre prima faceva due passi”. Inoltre la clientela del cappello risulta essere un po’ anziana e questo, legato alla difficoltà di parcheggio e all’avvento dei centri commerciali ha provocato i noti esiti.
Il signor E sostiene anche che gli ultimi ristoranti, gestiti da cinesi o sudamericani, non cucinano italiano per gli italiani ma sono ristoranti gestiti da cinesi o sudamericani per cinesi e sudamericani! Questi ristoranti guadagnerebbero in media di più di quelli italiani.
L’integrazione manca di quelle premesse che la renderebbero tale: gli italiani si sono quasi tutti trasferiti, a parte gli anziani che non hanno la possibilità di farlo. “La via è diventata di loro proprietà: come la via Paolo Sarpi: là è tutto solo cinese, qui siamo in una via Paolo Sarpi internazionale!”. Il signor E sostiene che a suo parere nessuno più comprerà o prenderà in affitto un appartamento in un condominio dove sono tutti sudamericani o cinesi: “è inutile fare questioni di razzismo o non razzismo…Ci si trova meno bene! Non ci si capisce, quelli cucinano che puzza e per loro puzzeranno le nostre cucine, quindi integrarsi è facile ma a chiacchiere! Se uno sta di qua e l’altro di là vanno tutti d’amore e d’accordo ma quando si vive nello stesso condominio la musica cambia! Questa via, in un certo senso è diventata un ghetto e così gli italiani se ne vanno: anche il comune ha lasciato che le cose andassero come stavano andando.”
Esplorazione di: Arianna Albieri, Alice Comotti, Claudia Esposito
23 novembre 2011
gruppo due: alcune videoriprese della giornata di lunedì 21 novembre 2011
Il primo video l'abbiamo girato direttamente sul bus 56 così da poter riprendere lo scorrere della via Padova fino al ponte. E' possibile sentire anche la voce che segnala le fermate.
Il secondo ed il terzo video riprendono la vetrina di un negozio cinese, mentre il quarto indica le destinazioni di chiamata di un call-center. Abbiamo inoltre girato una gran quantità di video circa insegne di negozi e panoramiche della via in generale. Abbiamo però in programma di tornare di nuovo per fare e perfezionare altre riprese. Si è preferito non inserire video con volti di persone o di specifiche insegne, per una questione di privacy, ma sono comunque molte le riprese di questo tipo.
Ci chiedevamo se ai fini del montaggio fosse meglio girare tante brevi riprese focalizzandoci anche sul medesimo oggetto, o invece se possono andar bene anche riprese più lunghe.
A nuovi aggiornamenti.
Roberta
Gruppo due: Roberta, Annalisa, Imma, Elisa; Corinna, Moreno e Silvia
21 novembre 2011
proiezione documentario
nell'ambito dell'evento annuale di Filmmaker a Milano,
domenica 27 alle 15.00 presso il teatro Gnomo a Milano ci sarà la proiezione del documentario che abbiamo realizzato sull'Orchestra di via Padova.
Siete tutti invitati
un caro saluto
sara
DOMENICA 27 ORE 15.00
CINEMA GNOMO DI MILANO: Via Lanzone, 30
PROIEZIONE DOCUMENTARIO: L'orchestra in via Padova
MM: S.Ambrogio (linea verde)
18 novembre 2011
9/11/2011: Gruppo 1 - Pianificazione lavoro sul campo
15 novembre 2011
4/11/2011 - Gruppo 1: PRIMA ESPLORAZIONE DEL CONTESTO
Arianna Albieri, Borchi Irene, Carrara Irene, Comotti Alice, Esposito Claudia, Meroni Beatrice, Valsecchi Chiara
microetnografia
un piccolo aggiornamento sulle attività del laboratorio in corso.
Il gruppo che si occupa degli itinerai visivi e quello che si occupa della memoria/e dei soggetti nel contesto della via Padova hanno iniziato a lavorare autonomamente sul campo:
il contesto di ricerca è comune ai due gruppi: il primo tratto della via che da Piazzale Loreto arriva fino al ponte. scopo: costruire possibili sinergie tra i diversi materiali di ricerca raccolti (audio -video).
alle scribane dei 2 gruppi il compito di aggiornarci sull'andamento dei lavori svolti e da svolgere tenendo presente che:
- il materiale audiovideo può essere linkato sul blog via youtube nell'apposita sezione (se ci sono difficoltà fatemi sapere che le risolviamo insieme. ricordatevi dell'opzione di condivisione ristretta per quel materiale che non si accompagna a una firma nella liberatoria che vi ho distribuito)
- gli aggiornamenti sull'andamento del lavoro via blog sono indispensabili
- una comunicazione fertile tra i due gruppi può generare non solo una maggiore consapevolezza ma soprattutto uno svolgimento più produttivo del lavoro (a questo proposito tenete presente i consigli/riflessioni che abbiamo discusso insieme a lezione)
Il gruppo che si sta occupando del montaggio - come Matteo ci ha felicemente aggiornato - è alle prese con il tentativo di dominare il programma final cut e, contemporaneamente, di fare chiarezza via storyboard sulle parti da inserire nel montaggio e su quelle da escludere. Procederà quindi nei prox lunedì con il lavoro che si è rivelato più complesso di quanto immaginavano.
Per ora mi sembra tutto: solo ricordatevi di far firmare le liberatorie ai soggetti se volete che poi il vs lavoro assuma un carattere pubblico/fruibile + ho lasciato la telecamera al gruppo itinerari visivi e vi ricordo di non cancellare il materiale presente in memoria o - al limite - di copiarlo su file precedentemente.
un caro saluto
sara
8 novembre 2011
Gruppo 3. Prime attività
Dopo l’intervento del Sig. Bonaconsa avvenuto nella prima
parte della lezione lo scorso 24 ottobre ciò che il nostro gruppo di
laboratorio ha tentato di individuare e discutere è stato non tanto un
obiettivo preciso e già definito, quanto invece un modo per iniziare, per
approcciare quello che sarà il nostro compito per questo laboratorio. Ciò è
stato dettato anche dal fatto che la maggior parte di noi non era mai stata in
via Padova o comunque la conosceva molto poco. Abbiamo quindi deciso, prima di
proporci obiettivi, di iniziare il nostro progetto facendo un sopralluogo, dopo
aver letto l’articolo “etnografia di via Padova” che era stato indicato come
utile per un primo approccio. L’idea era quella di avere solamente delle
informazioni di base, in modo da lasciare che i simboli che caratterizzano
questa via attirassero la nostra attenzione, senza che i nostri occhi li
cercassero, già consapevoli di quello che avrebbero trovato. Abbiamo così tentato
di utilizzare a nostro favore quello che sotto altri aspetti poteva essere
visto come uno svantaggio.
La mattina di venerdì 28 ottobre ci siamo quindi recate in
via Padova con macchine fotografiche e quaderni per gli appunti. Abbiamo
percorso il primo pezzo di via a piedi, osservando ciò che ci circondava,
dopodichè siamo salite sulla 56 e siamo arrivate fino a Crescenzago/Cascina
Gobba. Quello che più ha attirato la nostra attenzione credo siano stati i
tanti volantini colorati attaccati ovunque che pubblicizzavano di tutto (corsi
di ligua, feste, incontri, dibattiti,..); le insegne dei negozi (che spesso
specificavano di che nazionalità erano e con a volte i menù in due lingue), e
le tante diverse associazioni e circoli.
Ci siamo poi sedute ad un tavolo ed abbiamo cercato di fare
il punto della situazione: le nostre impressioni, la direzione che vorremmo
seguire, i simboli più importanti dell’itinerario che dovremo costruire.
Abbiamo alla fine pensato di focalizzare la nostra attenzione sull’impatto visivo
del cambiamento, in particolare riguardo ai negozi della via: a come questi
siano cambiati o meno a livello visivo (e non solo) negli anni e a come ciò
abbia eventualmente contribuito a cambiare anche l’aspetto della via.
Il prossimo passo sarà quello di recarci in diverse
biblioteche ed emeroteche di Milano; prima di tutto per ottenere qualche
informazione in più riguardo a via Padova, alla sua storia e anche a come
questa sia stata raccontata sui giornali ed inoltre per trovare qualche
documento, e soprattutto foto, sia sulla via in generale, sia in particolare su
negozi e fabbriche che prima potevano esserci ed ora non più e che possono aver
quindi modificato l’impatto visivo del luogo.
Elisa
3 ottobre 2011
Ottobre 2011
i Vs colleghi della scorsa edizione hanno lavorato nel contesto di Via Padova e hanno iniziato a costruire una rete di relazioni significative nel territorio che possono utilmente costituire la base per ulteriori esplorazioni ed approfondimenti.
I diversi gruppi di lavoro si sono occupati:
GRUPPO 1- Individuazione di informatori privilegiati al fine di ricavare diverse prospettive sul contesto in esame. Il metodo utilizzato è stato quello dell'intervista qualitativa con l'ausilio dei mezzi AV di registrazione. In una seconda fase si è elaborato un metodo di esplorazione del territorio a partire dalle conoscenze, memorie e vissuti degli informatori attraverso passeggiate videoregistrate nella via.
GRUPPO 2- A partire dalla selezione di un gruppo di soggetti attivi sul territorio, si è proposto un focus group al fine di proporre un approccio collaborativo e partecipato all'analisi e alla riflessione sul contesto in oggetto. I materiali audiovisivi raccolti durante questa prima fase esplorativa hanno dato luogo alla realizzazione di una passeggiata attraverso la Via Padova che traducesse visivamente gli elementi significativi emersi.
GRUPPO 3- Il materiale raccolto dal gruppo 1 e 2 ha permesso l'individuazione dei segni/simboli specifici che caratterizzano il contesto. Si è quindi avviata un'esplorazione visiva del contesto al fine di elaborare degli itinerari di senso attraverso la raccolta di questi elementi.
Data la significatività e la ricchezza del percorso svolto, si è pensato di proseguire nell'analisi del contesto utilizzando come base di partenza i materiali fino ad ora raccolti.
GRUPPO 1: proseguirà la ricerca di informatori privilegiati con i quali sviluppare un percorso visivo attraverso passeggiate nel contesto in oggetto.
GRUPPO 2: inizierà con il montaggio del materiale raccolto e procederà nel lavoro di ricerca con i soggetti individuati.
GRUPPO 3: continuerà l'esplorazione del contesto soffermandosi sui segni/simboli rappresentativi al fine di costruire degli itinerari di conoscenza visiva.
La proposta del laboratorio è quella di confrontarsi con la pratica della ricerca sul campo attraverso l'utilizzo dei mezzi audiovisivi di registrazione/rappresentazione.
La riflessione sulle conoscenze acquisite nel lavoro di campo apre uno spazio di sperimentazione nell'ambito della rappresentazione etnografica.
10 luglio 2011
Articolo di L. Ferrarini "Registrare con il corpo: dalla riflessione fenomenologica alle metodologie audio-visuali di J. Rouch e S. Feld"
1) del modo in cui la rappresentazione attraverso strumenti di registrazione viene realizzata
2) dell'atteggiamento di chi registra sul campo
Innazitutto la registrazione comporta importanti scelte selettive e interpretative, nel senso che la rappresentazione della realtà attraverso le tecnologie digitali non può essere paragonata alla complessità dell'esperienza della percezione, sia per quanto riguarda la quantità delle informazioni sia sotto l' aspetto qualitativo. Ferrarini a riguardo riporta un aneddoto relativo agli albori della carriera di Rouch: "Durante la discesa del fiume Niger del 1946-47 il francese aveva con sé una cinepresa militare Bell & Howell, che usava da pochissimo tempo. Dalla piroga con la quale lui e i due amici Sauvy e Ponty percorrevano il fiume riprendeva quello che lo interessava sulla riva destra e sinistra, indifferentemente. In Francia, volendo ricavare un film da quei rulli, si rese conto che doveva buttare la metà del girato, dato che sullo schermo il movimento della barca sarebbe apparso opposto a seconda che avesse usato le riprese dell'argine destro o sinistro." Ferrarini mostra come Rouch, alle prime armi, aveva confuso il suo mondo visivo, definito dallo psicologo Gibson, come lo spazio sferico che circonda il soggetto e non si trasforma con i suoi movimenti, con il campo visivo dell cinepresa che, invece, si limita all'inquadratura ed è relativo al movimento dell'osservatore. Ora, per tornare ai punti 1) e 2) Rouch utilizza la percezione corporea per guidare la registrazione, filmare diventa una tecnica del corpo e quindi un apprendimento di certe procedure per padroneggiare lo strumento:
- consapevolezza del proprio corpo mentre si utilizza la cinepresa
- uso del proprio corpo ai fini della ripresa
Ad esempio Rouch " filmava con un occhio nel mirino e l'altro aperto, in modo da tracciare un collegamento tra le immagini proiettate sul vetro smerigliato, circondate di nero e appiattite nella loro tridimensionalità, e la percezione ecologica dell'altro occhio, maggiormente connesso al mondo." Quindi le tecniche sviluppate da Rouch nella pratica sul campo:
1) rappresentano una forma di incorporazione degli apparati di registrazione, gli strumenti sono utilizzati come una estensione del proprio corpo.
2) comunicano allo spettatore la presenza del ricercatore nella scena, in questo modo si entra in un rapporto di co-presenza con chi viene registrato.
3) Il coinvolgimento corporeo, la condivisione dell'esperienza, danno al ricercatore la consapevolezza:
- del carattere dialogico dell'esperienza etnografica
-dell'osservazione della partecipazione
-della possibilità della riflessione etica sulla fruizione del sapere prodotto
In conclusione, Ferrarini cerca di mostrare come padroneggiare la tecnologia ci dia la possibilità di fornire delle rappresentazioni evocative e non necessariamente realiste. Registrare è sempre un atto creativo, la rappresentazione prodotta si fonda sul riconoscimento della partecipazione condivisa intersoggettivamente che non si limita a rappresentare ma diventa anche atto che trasforma la società.
Silvia
L.Ferrarini Registrae con il corpo: dalla riflessione fenomenologica alle metodologie audio-visuali di Jean Rouch e Steven Feld, Molimo, Quaderni diAntropologia culturale ed Etnomusicologia, vol.4
7 giugno 2011
sintesi esercitazione
ecco in sintesi le finalità dell'esercitazione che avete svolto nel contesto ad oggetto.
Esercitazione:
costruzione di una R audio – visiva
esplorazione di un contesto con il mezzo AV = strumento analitico per dare senso e siginificato all’esperienza. Il processo filmico diviene parte integrante dell’analisi tenendo presente che una delle modalità per entrare in comunicazione con il contesto è quella (per il fruitore) di entrare e seguire nel vivo l’esplorazione.
Vedere/guardare
Vedere: attività selettiva, intenzionale, un’investimento di senso. Guardare attraverso una camera è guardare con uno scopo e lasciare una traccia di questo processo nelle immagini risultanti: livello di consapevolezza dell’intenzionalità conoscitiva.
La questione che dovete porvi è in primo luogo la seguente: In che modo l’intenzionalità è resa visibile nel lavoro che avete svolto ed emerge in esso?
Nella presentazione e nell'introduzione teorica all'esercitazione ci siamo soffermati sulla questione dei punti di vista che il cinema ha contribuito a porre allo sguardo novecentesco (Francesco Casetti: l'occhio del novencento) sottolineando così la rilevanza del medium nei termini dei processi culturali coevi.
E' un tema che, come ha osservato Casetti, emerge nel cinema fin da subito a causa soprattutto di un elemento tecnico di base = la superfice della pellicola impressionata è più ristretta della porzione di realtà che entra nel nostro campo visivo (sagomazione rettangolare del fotogramma).
Casetti si sofferma su H. James. ecco i miei appunti sulle parti del testo citato che ci interessano:
Henry james, scrittore e critico letteratio USA tra gli ultimi decenni dell’800 e i primi del novecento analizza quello che sarà un tema importante della modernità: l’utilizzo del punto di vista
L’idea di James era quella di una prospettiva ristretta (metafora della narrazione come edificio dalle infinite finistre).
James suggerisce e a sua volta si impegna nella narrazione di una vicenda come se essa passasse attraverso gli occhi (o coscienza) di un personaggio.
Le motivazioni differenti che lo spingono: necessità di trovare un centro alla narrazione che dia coerenza e intelligibilità al racconto e anche il bisogno di intensificare quest’ultimo.
sulla base di questa scelta il raccontare diventa l’offrire il resoconto dell’impressione che di una vicenda ha avuto un testimone oculare interno alla storia, che si muove concretamente all’interno di questa.
Sintesi lezione jamesiana
Ogni racconto implica uno sguardo, questo sguardo è legato a un punto di vista, un punto preciso da cui si vede, il punto di vista coincide con la presenza di un osservatore e al tempo stesso evidenzia le condizioni dell’osservazione, esso è cioè il LOCUS in cui lo sguardo si incarna in un soggetto scopico e si situa in un complesso di circostanze. Si tratta quindi di uno sguardo mondano, incarnato e situato. Lo sguardo scopre i propri limiti /possibilità (dialettica di E.Morin tra vincoli e possibilità)
Lo sguardo:
Risponde a un soggetto (prima che alla realtà)
Opera prelievi parziali (apprensione totale)
agisce nell’attimo (non fuori dal tempo)
Film proposti per la visione: Rashomon di Kurosawa e Le gloice a trois faces di Epstein
ora si tratta di:
1. analizzare i vs girati e di agire riflessivamente su di essi individuandone le parti più significative
2. scegliere uno o più interlocutori significativi nel tentativo di accedere al suo/loro sguardo (punto di vista) nel/sul contesto
3. interagire con i soggetti proponendo loro - previo colloquio/intervista - di costruire insieme un percorso( passeggiata) nel contesto ad oggetto
4. riprese passeggiata
il montato costiuirà la sintesi di queste 5 fasi (la prima è l'esercitazione/esplorazione)
un caro saluto
sara
17 maggio 2011
ricerca sulla e nella via Padova
vi invio via mail due allegati:
1. liberatoria per le riprese audiovisive (ricoradatevi che se dimenticate di far filmare ai vostri interlocutori la liberatoria, non potrete utilizzare i materiali registrati in fase di montaggio per quanto interessanti e/o efficaci siano)
2. un foglio esplicativo dell'attività di ricerca che state conducendo
In sintesi:
Abbiamo deciso di svolgere un'esercitazione con la telcamera allo scopo di utilizzarla come mezzo di esplorazione del contesto ad oggetto. A coppie vi recherete in un'area da voi scelta e, a turno, filmerete le vostre esplorazioni/osservazioni partecipate ( alias lo sguardo del ricercatore nella scoperta/osservazione del contesto urbano ad oggetto)
Vi recherete alla festa organizzata presso il parco trotter tenendo presente la dialettica tra definizioni endogene ed esogene inerente alla rappresentazione positiva che anima l'evento (via Padova è meglio di Milano) esplorando la rete di relazioni a livello associativo che ne hanno consentito la realizzazione. Lo scopo è quello di scegliere un ambito associativo tra i tanti, di vostro interesse, ed espolarlo coinvolgendo i soggetti che ne fanno parte per cogliere la specificità del loro sguardo ( percezioni e vissuti) sul contesto in questione.
Come per altro suggerriva il vostro collega a lezione sarebbe stimolante riuscire ad elaborare/realizzare con i vostri interlocutori privilegiati un piccolo lavoro di ripresa/esplorazione condiviso e concordato. questo equivale a porsi/porre la domanda su ciò che per loro è significativo in riferimento al contesto (focus group) e tentare di utilizzare i mezzi audio-visivi come strumenti che facilitino un dialogo riflessivo tra le parti. (molto in sintesi chiaramente,vi posto a seguito una sintesi dell'introduzione del testo di Sarah Pink che può esservi utile)
Date anche un'occhiata ai post dei colleghi del laboratorio precedente che si sono soffermati criticamente sul testo di Sarah Pink, Applied visual anthropology, che fornisce utili strumenti per un lavoro di questo tipo.
vi posto a seguito una sintesi dell'introduzione del testo di Sarah Pink che può esservi utile.
in ultimo: la prox lezione in aula è stata fissata per lunedì 6/06 alle 14.30 nel lab LAMA (U6/4°piano)
Buon lavoro
sara