23 dicembre 2014

"Haz de tu vida un bhajan"

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http://www.dailymotion.com/video/xu9phs_haz-de-tu-vida-un-bhajan-documental-sobre-devotos-de-sai-baba-en-barcelona_lifestyle

Gent.le prof.ssa, cari/e colleghi/e

Il video che condivido con voi su questo blog è il frutto della ricerca di campo che ho svolto nell'annata 2011/2012 durante il Master in Antropologia Visuale presso l'Università UB di Barcellona.
Il prodotto finale della ricerca doveva essere un video della lunghezza di circa 40 minuti.
Vorrei giusto citare un paio di premesse che credo possano essere utili a una migliore contestualizzazione del video stesso e alla problematizzazione di alcune questioni.
All'inizio del master siamo stati divisi, in base ai nostri interessi di ricerca,in cinque gruppi, ognuno con una tematica di ricerca ben definita: nel mio caso “Ritual religioso en contexto urbano”.
Dopo circa un mese di tempo, datoci per prendere le varie decisioni, all'inizio di ottobre (termine di scadenza del periodo di scelta) abbiamo deciso di condurre la nostra ricerca etnografica presso il centro Sai Baba di Barcellona, situato nel quartiere di Gracia.

I motivi della scelta finale sono stati di vario ordine: questo gruppo religioso si è dimostrato molto accogliente nei nostri confronti fin da subito (forse perchè inizialmente ci hanno preso come papabili devoti) e nonostante avessimo tentato di specificare i nostri intenti (fare un video per l'università ecc) si ostinavano a ripetere che se eravamo arrivati fin lì era perchè ci aveva chiamato Sai Baba e che quindi eravamo i benvenuti.
Sai Baba è un “guru indio” (morto giusto l'anno prima in cui abbiamo iniziato a fare ricerca) che ha milioni di devoti in tutto il mondo, sparsi in diversi centri, che predica una religione universale riprendendo una serie di pratiche provenienti dalla tradizione induista e condensando il proprio insegnamento in cinque valori fondamentali: amore, non violenza, pace, rettitudine e verità.
La cosa interessante che abbiamo notato fin da subito era la compresenza di devoti indiani, spagnoli, oltre che latinoamericani e italiani; la divisione dello spazio rituale a seconda del genere (uomini nella parte destra, donne nella parte sinistra) e il ruolo centrale che aveva la musica all'interno della cerimonia.
Il centro veniva aperto circa tre volte a settimana : martedi' per le prove di canto, venerdi' per temi di discussione filosofica o cinema e domenica per la cerimonia principale della settimana, che durava circa un'ora.

Abbiamo quindi iniziato a costruire il nostro campo partecipando agli incontri settimanali (oltre che alla cerimonia domenicale) dove il clima informale favoriva una maggior possibilità di dialogo con i devoti.
Per le prime 3 settimane non abbiamo mai utilizzato la videocamera per rispetto del contesto “sacro” e delle persone con cui ci trovavamo ad agire.
Abbiamo quindi preferito spendere il tempo per costruire le relazioni con le diverse persone che frequentavano il centro e per cercare di spiegare il motivo della nostra presenza lì (impresa inizialmente ardua e non priva di “giri di parole” visto che l'antropologia visuale non è ancora così famosa), per documentarci il più possibile sulla letteratura riguardante Sai Baba, oltre che per vagliare i molteplici approcci teorici e metodologici offerti dalla letteratura antropologica riguardo a temi quali performance, rituale religioso, etnografia visuale, approccio riflessivo ecc...
Un altro interrogativo forte riguardava le tematiche che ci interessava maggiormente raccontare e soprattutto come riuscire a trasmettere delle “storie” possibilmente interessanti attraverso un approccio etnografico audiovisuale critico.
Con questo intendo dire che il video non costituiva un semplice mezzo neutro di raccolta dati, successivamente elaborati nella fase di montaggio, ma un particolare punto di vista dinamico, posizionato e negoziato con tutti gli attori sociali presenti sul campo: non è un caso che i dialoghi più profondi e le riprese migliori siano avvenute tutte nella fase finale quando il grado di confidenza e conoscenza era tale che la telecamera non costituiva un problema, al contrario diventava per molti un’ occasione propizia per raccontare e raccontarsi.
Più che cercare di nascondere la telecamera abbiamo cercato di problematizzare la nostra presenza e quella della telecamera stessa: l'abbiamo data in mano ai fedeli per filmarsi o filmarci in modo tale che perdesse quello statuto di estraneità che all'inizio aveva.
Inoltre abbiamo visionato insieme ai devoti delle riprese di una cerimonia annuale che avevamo editato e montato “come regalo” per loro, in cambio dell'apertura e disponibilità che hanno mostrato nei nostri confronti.
Mi sono dilungato in questa premessa per cercare di chiarire un po' il punto di partenza della nostra ricerca e cercare di evidenziare l'approccio riflessivo che abbiamo portato avanti: mostrando all'interno del video stesso la nostra presenza ingombrante (attraverso l'utilizzo di due telecamere) vogliamo esplicitare il processo che ha portato alla realizzazione del prodotto finale.

Il video è diviso in varie fasi:
inizialmente viene raccontata la storia del centro Sai Baba di Barcelona e di come si è formata questa comunità;
in una seconda fase il dialogo è più incentrato sulle storie personali di alcuni personaggi-chiave, cosa abbia significato l'incontro con Sai Baba e che impatto ha avuto sulla loro vita; la fase finale del video è appunto il rituale domenicale dove si suonano e cantano dei canti sacri (bhajan e mantra).
In questa maniera quasi tutto il video è pensato come una preparazione al rituale principale che costituisce il climax sia del video, sia della vita della maggior parte dei devoti.

Una delle tematiche chiave che emerge dal titolo “Haz de tu vida un bhajan” (Fai della tua vita un canto sacro) e dal video stesso è il ruolo fondamentale della musica non solo nel rituale ma anche nella vita delle singole persone che frequentano questo centro.
Spesso veniva fatta la similitudine fra il nostro corpo e uno strumento musicale: entrambi emettono vibrazioni più o meno armoniche. Essere intonati non è vista come una dote, ma diviene dunque una questione di cammino personale di disciplina spirituale che mira a un maggior equilibrio e pace interiore.

Quest'esperienza, grazie soprattutto alla collaborazione coi miei compagni di gruppo, è stata per me un' incredibile occasione per apprendere a utilizzare il linguaggio visuale in maniera più consapevole. Dalla fase di ripresa, a quella di selezione dei filmati, al successivo montaggio, si è trattato di fare continuamente delle scelte che, per avere un peso all'interno del gruppo di ricerca, dovevano essere argomentate e molto spesso negoziate in maniera “più o meno pacifica”.
Inoltre essendo stata la mia prima “esperienza di campo”, ho avuto modo di capire che il fare antropologia non può essere solo l'applicazione di una serie di teorie e tecniche, ma che si “apprende solo facendo” . Si tratta di un esperienza molto complessa, che si costruisce anche grazie a una serie di gaffe e fraintendimenti e che spesso va oltre gli schemi interpretativi ed epistemologici che l'antropologia offre.
Con questo non voglio dire che questa griglia interpretativa sia inutile, anzi è proprio questa che dà un “taglio antropologico” al lavoro, voglio solo condividere ciò che ho vissuto sulla mia pelle : la frattura che esiste in questa disciplina tra “la teoria in classe” e “la pratica sul campo”, cosa che spesso provoca un forte disorientamento nel momento dell'incontro con l'altro, esperienza che richiede una “esserci totalmente”, dove la sensibilità personale, che non viene certo coltivata durante i corsi di antropologia, riveste un ruolo centrale.

Buona visione

http://www.dailymotion.com/video/xu9phs_haz-de-tu-vida-un-bhajan-documental-sobre-devotos-de-sai-baba-en-barcelona_lifestyle

Alfredo Treccani

10 dicembre 2014

registrazione crediti del semestre mancato

Cari tutti,
vi scrivo per chiedere a tutti gli studenti che hanno concluso o stanno concludendo il loro lavoro nel presente semestre di inviarmi una mail segnalandomi nome/cognome/numero di matricola.
Come già comunicato, durante la pausa estiva il laboratorio ha subito il furto di ogni strumento utile all'attività didattica ed è stato spostato nel secondo semestre sebbene fosse stato pianificato per il primo.
Questo equivale a dire che i prossimi crediti da calendario didattico potranno essere "normalmente" inviati alla fine del secondo semestre (luglio 2015).
Dal momento che alcuni di voi però sono in fase di conclusione del loro percorso di studi e necessitano dei CFU del lab per poter fare domanda di tesi, vi prego di segnalarmi la cosa in modo da inviare un unica mail ad amministrazione ed evitare in questo modo fraintendimenti e ritardi.
Attendo le vostre segnalazioni fino alla fine del mese di Dicembre per poi inviare il tutto all'inizio di Gennaio.
un caro saluto
sara

8 ottobre 2014

Video Fenomeno Zumba

Cari professoressa e colleghi,
buongiorno a tutti. Annunciando che abbiamo caricato il nostro video sul Fenomeno Zumba come da accordo, volevamo approfittare dell'occasione per spendere un paio di parole sul nostro progetto.
Abbiamo deciso di scegliere come oggetto di studio per il nostro video la zumba: un corso fitness di gruppo accompagnato da musica "latineggiante". La motivazione che ci ha spinto a scegliere questo tema è principalmente il fatto che questo corso fitness stia andando per la maggiore negli ultimi anni; inoltre perché anche la sottoscritta, Cristina Ranieri, si è ritrovata nell'ultimo anno a praticarla. La nostra domanda di partenza, prima di svolgere l'etnografia, è stata la seguente: al giorno d'oggi possiamo parlare di fenomeno zumba?
All'interno di questo percorso abbiamo deciso di focalizzarci sul corso di zumba che si svolge nella palestra della sottoscritta: abbiamo ripreso diverse lezioni svolte in questa palestra ed eventi inerenti alla zumba (masterclass ed esibizioni all'aperto); abbiamo intervistato l'insegnante della palestra, cercando di capire cosa fosse la zumba e tutti gli elementi che girano intorno a questo mondo; abbiamo cercato di capire cosa spinge le persone a partecipare a queste lezioni. La ricerca si è svolta nell'aerea della periferia di Milano. Grazie a questo lavoro abbiamo riscontrato che la zumba è un fenomeno che ha contagiato un sacco di persone e che i benefici derivanti da esso non sono solo fisici; la musica contagiosa ed energica fa sì che le persone condividano divertimento, gioia e fatica.

Buona visione

http://www.youtube.com/watch?v=RlbmRGiKqKk&feature=youtu.be

Cristina Ranieri
Jacopo Milelli

6 ottobre 2014

Doing Visual Ethnography - By Sarah Pink


Doing Visual Ethnography – By Sarah Pink.
Riflessioni e linee guida teoriche e pratiche sull'etnografia visuale

Il testo di Sarah Pink, in particolare nella sua terza edizione, si conferma un utile strumento per riconoscere l'importanza che i media hanno nella formazione della conoscenza durante il processo etnografico e come questa conoscenza può essere rappresentata in modo efficacie al fine di raggiungere il maggior numero di persone possibile. Permette quindi di approfondire il tema delle risorse e potenzialità dei mezzi visivi aiutando l'etnografo nei suoi progetti di ricerca sul campo. In particolare nella terza edizione affronta anche temi attuali legati alle pratiche web e ai digital media.

Dal libro di Sarah Pink emergono quindi due aspetti di analisi che affronterò in questo lavoro e che possono essere utili come base per una ricerca sul campo; una parte teorica legata al pensiero e all'approccio nei confronti della ricerca etnografica in relazione alle immagini e alla loro importanza nel comprendere l'esperienza sociale delle persone, ed una parte pratica legata allo svolgimento del lavoro sul campo attraverso l'utilizzo dei diversi mezzi, ovvero fotografia, video e web e a come rappresentare tale conoscenza in un lavoro accademico che possa raggiungere il pubblico. Per dirlo con le parole della Pink, il suo è un libro metodologico, “il cui scopo è mettere insieme elementi teorici e pratici di approccio visivo all'apprendimento e alla conoscenza, del mondo e nel mondo, e comunicare tutto ciò agli altri.” (Pink, 2013, p. 6)

In merito all'aspetto teorico, Sarah Pink stressa alcuni concetti fondamentali:
  • Aspetto interdisciplinare dell'approccio visivo. Un approccio etnografico orientato verso l'aspetto visivo è sempre più riconosciuto in diverse discipline fra cui geografia, medicina, pedagogia, design, ingegneria, pianificazione urbana. Si è ormai entrati a far parte di una pratica di dinamica interdisciplinare ed internazionale, dove l'incorporazione dei mezzi audiovisivi diventa ormai parte del lavoro di ricerca sul campo di ricercatori di varie discipline.
  • Aspetto riflessivo del lavoro etnografico. Tale approccio si focalizza sui concetti di soggettività, collaborazione, creatività e consapevolezza. Mette insieme le idee antropologiche sull'individuo nella società con le teorie visive, al fine di capire come le immagini e le tecnologie interagiscono con la cultura oggetto di studio. Lo scopo dell'etnografo è di capire le pratiche visive e le immagini che sono parte del mondo delle altre persone e allo stesso tempo avere un approccio riflessivo sulle proprie pratiche visive e immagini e sulla conoscenza ad esse associata. L'etnografia visiva si presenta quindi come un processo di apprendimento ed esperienza piuttosto che come una forma di 'data collecting'. Per la Pink l'etnografia è “una metodologia e un approccio per sperimentare, interpretare e rappresentare esperienze, culture, società e ambiente sensoriale e materiale che influenza ed è influenzato da diverse agende disciplinari e principi teorici.” (Pink, 2013, p. 34). Lo scopo quindi dell'etnografia non è di produrre un verità oggettiva o una descrizione veritiera della realtà ma di presentare una versione dell'esperienza dell'etnografo in merito alla realtà analizzata che sia fedele al contesto tenendo conto che tale esperienza è frutto di un lavoro di negoziazione e intersoggettività. L'approccio riflessivo riconosce quindi la centralità della soggettività del ricercatore nella produzione e nella rappresentazione della conoscenza. Il ricercatore quindi deve essere consapevole di come la sua storia ed esperienza personale influenza il suo lavoro e di come gli altri soggetti lo percepiscono. Ciò comporta l'applicazione di metodi collaborativi e partecipativi. Secondo la Pink ciò che fa di un'immagine, un testo, un'idea etc un pezzo di conoscenza etnografica è la sua interpretazione ed il suo inserimento in un determinato contesto.
  • Approccio sensoriale. Le immagini ci permettono non solo di vedere ciò che è evidente ma anche di immaginare le cose che non possiamo vedere. L'immaginazione sta sempre di più diventando un campo etnografico, dove sogni e pensieri interiori diventano oggetti di analisi sul campo. Le immagini sono parte della nostra immaginazione e le pratiche visive ci aiutano ad analizzarle allo scopo di far emergere sentimenti e sensazioni. L'etnografia visiva non è quindi solo un metodo di osservazione ma ci può aiutare ad entrare in una sintonia partecipativa con le persone con cui lavoriamo. Vi è quindi un aspetto intangibile nelle immagini. I video e le foto sono realizzate nella relazione con gli altri per cui sono sia parte del mondo del ricercatore sia parte del mondo e dell'ambiente dei soggetti oggetto della ricerca, creando inevitabilmente un rapporto dove il lavoro dell'etnografo diventa parte della vita delle persone e dove la loro vita diventa parte della ricerca. L'etnografia visuale diventa un modo per comprendere quegli aspetti dell'esperienza che spesso sono sensoriali, taciti e invisibili.
  • Aspetto etico. L'etica dipende dal contesto nel quale ci si trova e dalle relazioni di potere che si creano sul campo fra etnografo, informatori, altri professionisti, sponsors, uffici istituzionali. La Pink suggerisce di fare una riflessione sulle proprie credenze etiche, senza considerarle necessariamente superiori e di crearsi un proprio codice etico personale e professionale, magari facendo riferimento a diverse fonti, tra cui le guide etiche di associazioni professionali. Compito dell'etnografo è essere responsabile assicurandosi di rispettare i principi a cui fa riferimento. Un giusto approccio secondo la Pink è quello che tiene conto della sensibilità con cui le persone nei vari contesti sperimentano ansia e stress per evitare di danneggiare i soggetti. Inoltre bisogna avere un approccio collaborativo e trasparente informando opportunamente i soggetti in merito al consenso alla pubblicazione fin dall'inizio e condividendo con loro il materiale prodotto.

Passando ora all'aspetto più pratico della ricerca diventa importante capire che tipo di metodi e mezzi usare sul campo. A volte è possibile, se non necessario, scegliere ciò prima della partenza, mentre altre volte è possibile decidere sul posto in base alla relazione che si viene ad instaurare con i partecipanti. La Pink suggerisce tre metodi principali di ricerca visiva: photo elicitation (intervistare con le immagini), video tour e participant-produced images. Prima di partire può essere utile cercare online siti web, blogs, forum, video, fotografie per capire come la cultura visiva di una società è rappresentata di solito e analizzare ciò che altri ricercatori hanno fatto prima di noi. In realtà però solo quando si è sul posto si capisce come si può realmente procedere. La Pink quindi suggerisce di avere un approccio aperto alle possibilità durante il processo di ricerca, questo significa che la nostra strategia potrebbe anche dover essere modificata in corso d'opera. E' importante inoltre quando si decide quale tecnologia usare ricordare che una macchina fotografica o un computer saranno parte del contesto di ricerca e diventano elementi dell'identità del ricercatore. I mezzi diventano parte delle relazioni sociali e del modo in cui i partecipanti interagiscono con noi, può diventare argomento di conversazione, collaborazione e condivisione di interessi. Inoltre bisogna tenere conto che in alcune circostanze bisogna vagliare bene aspetti come la marca, la grandezza, il design o la portabilità dell'equipaggiamento e vari aspetti pratici (trasporto, elettricità etc). A volte infatti può essere necessario sacrificare la qualità delle immagini per rappresentare un particolare tipo di conoscenza etnografica, dove immagini scure o sgranate possono essere di maggiore efficacia.

Analizziamo ora i mezzi: fotografia, video, web.

Fotografia
Secondo la Pink non è possibile attribuire una valore di “etnograficità” all'immagine in base al suo contenuto, alla sua forma o al suo potenziale di dato raccolto. Il valore dell'immagine dipende dalla sua interpretazione e dal contesto in cui si colloca. In una foto antropologica non è il soggetto che conta ma il significato che nasconde. Inoltre una foto non ha un singolo significato ma dipende da chi la analizza e in quale contesto. La fotografia è quindi composta da elementi soggettivi, ognuno ha la sua teoria di rappresentazione.
L'etnografo ha una responsabilità, interpreta le immagini in un certo modo dando una visione della realtà che si deve relazionare con le aspettative di molti attori (istituzioni accademiche e culture locali).
La fotografia crea una forma di connessione con la comunità. In alcuni casi la cosa è immediata soprattutto quando i soggetti hanno familiarità con la presenza di fotografi (es. lo studio che la Pink ha fatto sulla corrida in Spagna). Altre volte invece, prima di poter usare la macchina fotografica, è necessario essere riconosciuti come persone di fiducia.

Come usare le fotografie:
  • come mezzo per intervistare e non solo come oggetto di studio, la foto in questo caso diventa un metodo etnografico mobile.
  • Walking and photograpy. È un metodo che sta diventando molto popolare nella ricerca, il cui scopo è rappresentare l'esperienza di ambienti particolari. Chi vede le foto è chiamato a fare un viaggio attraverso le immagini in modo empatico, si crea una relazione con l'ambiente. La fotografia è un processo per creare immagini mentre ci muoviamo nel mondo spesso insieme ad altri. Camminare, fare dei tours e fotografare insieme alle persone è un modo per partecipare al modo in cui sperimentano e danno significato al loro ambiente e ci permette di avvicinarci alla sensorialità del luogo. Quindi, significa muoversi nell'ambiente come parte dell'ambiente stesso.
  • Fotografia partecipativa e collaborativa. Lavorare con uno o più informatori in lavori creativi che uniscono il punto di vista dell'etnografo a quello dei partecipanti. Importante è entrare nella cultura fotografica locale riproducendo le immagini che sono più popolari per loro. Spesso la foto che noi facciamo per rappresentarli non è quella che loro vorrebbero perchè non li rappresenta. Ascoltare come loro vorrebbero essere fotografati è importante per capire l'idea che loro hanno della performance sociale che deve emergere dalla foto. Un' altra possibilità è lasciare che loro facciano delle foto per capire la loro prospettiva, anche perchè possono accedere a contesti che gli etnografi non riescono a vedere. Si può imparare molto osservando come le altre persone usano la fotografia per inserirci nelle loro categorie.
  • Uso della foto nelle interviste (photo elicitation). L'intervista fotografica (metodo creato da John Collins Jnr. 1986) è un modo per invitare, co-creare e generare conoscenza, serve come riferimento per esaminare l'atteggiamento degli informatori nei confronti della vita, del lavoro, del loro ambiente. Le immagini mostrate scattate dall'etnografo sono indicative del modo in cui lui vede la realtà e questo può essere lo spunto per discutere e confrontarsi sul diverso modo di vedere le cose, di rappresentare la realtà e le immagini. Spesso inoltre mostrare le foto diventa un modo per parlare di cose che è difficile descrivere a parole e le foto sono particolarmente efficaci per rievocare ricordi e storie personali perchè alimentano la dimensione sensoriale ed evocativa.

Video
Per la Pink la video etnografia è basata su tre presupposti principali: a) non è possibile filmare o girare un video di persone o culture in modo 'indisturbato'. Le persone saranno sempre influenzate, almeno in parte, dalla presenza del video. L'etnografia è sempre una rappresentazione e quindi è costruita. b) la conoscenza etnografica non si manifesta sempre attraverso fatti osservabili. La conoscenza nasce dalla negoziazione sul campo, non è una realtà oggettiva. c) l'etnograficità di un video non dipende dal suo contenuto ma è contestuale, un video è etnografico quando chi lo vede ritiene che contenga informazioni di tipo etnografico.
Il senso di un video non è quello di portarci indietro nel tempo ma quello di proiettarci in avanti verso una nuova conoscenza. Anche in questo caso l'approccio riflessivo è sempre importante. Per la Pink il video deve essere prodotto di una configurazione di persone e cose in movimento.
Quando si fa un video ci sono due elementi che influenzano le relazione con i partecipanti: le differenze culturali e ambientali e la presenza della videocamera che ha un impatto sulle relazioni fra etnografo e individui coinvolti; la videocamera e la registrazione diventano elementi della relazione.
Osservare la relazione dei partecipanti di fronte alla videocamera può essere molto importante per capire la rappresentazione che loro hanno di sé stessi. Ad esempio, nel lavoro di Manuel Cerezo sugli immigranti africani in Spagna (Tres antropologos inocentes y an ojo si parpado, 1996), i soggetti non hanno apprezzato il video perchè vi vedevano rappresentata la loro condizione di povertà.
Spesso prima di fare il primo video potrebbe trascorrere molto tempo, soprattutto quando i soggetti sono molti ed ognuno ha tempi diversi di adattamento e interazione. A volte però la preparazione del luogo per il video (luci, etc) può essere un modo per interagire.

Come usare i video:
  • Mostrare le immagini ai soggetti. E' un modo per ascoltare le critiche su come l'etnografo ha visto la scena e cosa loro invece vedono attraverso le immagini; questo permette di capire il loro modo di osservare. Cristina Grasseni (Video and ethnographic knowledge, 2004) dice che l'etnografo può, affidandosi agli informatori, sviluppare ciò che lei chiama la 'skilled vision': l'abilità di capire e vedere i fenomeni locali nello stesso modo delle persone con le quali il ricercatore sta lavorando.
  • Creare dei video tour collaborativi. Creare un video in diretta collaborazione con le persone coinvolte, chiedendo loro di essere attori partecipi. Lo scopo è chiedere loro di mostrare a parole e fisicamente alcune loro attività o aspetti della loro vita. (es. lavoro della Pink, Cleaning Homes and Lifestyles, 1999). Il tour video permette alle persone di mostrare le loro esperienze ai ricercatori, offrendoci un modo per cercare di comprenderli.
  • Dare la telecamera ai partecipanti. Lasciare che siano loro a girare il video. Diventa per i soggetti un processo di auto-esaminazione che aumenta la loro consapevolezza e ci permette di raggiungere luoghi e contesti personali e intimi ai quali spesso il ricercatore non ha accesso. Diventa un processo di brokerage culturale. (Chalfen and Rich, 2004).
  • Video partecipativi. Fare un video insieme ai partecipanti è importante non tanto per il risultato finale ma per il processo collaborativo che si produce perchè attraverso questo processo si generano nuovi livelli di coinvolgimento e consapevolezza che servono per produrre conoscenza.

Web
Parlando di web la Pink non vuole semplicemente mostrare come quella particolare piattaforma o tecnologia può essere usata nella etnografia digitale, ma invitare i lettori a vedere nei media digitale nuove opportunità. L'uso dei media è di per sé un progetto di ricerca per sperimentare nuovi metodi.
Dato che la tecnologia digitale è in continua evoluzione per la Pink non è importante parlare dei singoli mezzi tecnologici; nell'era digitale infatti le tecnologie non sono così distinte. Il suo scopo è capire il legame che esiste fra i mezzi usati (foto, video) e internet e le implicazioni legati alla pubblicazione on-line del lavoro dell'etnografo. I video, le registrazioni e le altre tecnologie sono parte di un assemblaggio che compone il materiale on-line. Il tema principale qui infatti è che chi fa etnografia digitale deve stare attendo al significato e alla conoscenza che le informazioni possono produrre nel contatto con il web.
La Pink tratta alcuni esempi di come la fotografia e il video vengono usati per creare comunicazione, interazione e relazioni sociali attraverso il web. Un esempio è lo studio di Fors (Fors et al, 2013) sui giovani svedesi che creano di diari fotografici sul web da condividere con gli amici. I photo diaries forniscono un ricco contenuto per capire cosa è importante per i giovani e permette agli etnografi di entrare nella loro dimensione altrimenti inaccessibile, permette di capire come i giovani vivono fra loro in connessione con l'ambiente e le cose. Quello che questi studi dimostrano è come, coinvolgendo i giovani in un progetti di digital media nella loro vita di tutti i giorni, possiamo creare dei modi per capire il loro mondo anche oltre i media. Lo scopo è comprendere i loro movimenti online e offline.
Ardevol e San Cornelio nel loro lavoro sui video girati nella metro di Madrid (Si quires vamos en accion: Youtube.com, 2007) mostrano come l'analisi dei video online possono diventare oggetto di ricerca etnografica, studiandone sia l'aspetto tecnico sia l'esperienza dei soggetti nella produzione stessa del video e analizzando come la presenza sicura di potenziali spettatori sia parte della creazione del video stesso generando delle aspettative.
I video sul web sono un modo quindi per fare etnografia; inoltre analizzandoli nel corso del tempo si nota come è cambiata la tecnologia, le persone, la società e il loro rapporto con il web. Partendo dal web si può legare la ricerca tradizionale (es. interviste, metodo partecipativo, analisi di testi). Il luogo etnografico diventa quindi non solo quello materiale e fisico ma è il web stesso.

Ogni giorno emergono nuove forme online di etnografia visiva. La Pink indica alcuni esempi come i giornali online che rispetto a quelli tradizionali offrono un'esperienza visiva nuova, più completa, a partire da una maggiore quantità di fotografie, da video accessibili direttamente tramite i links, da layout di testo che sono essi stessi una forma di rappresentazione visiva. Questi giornali offrono un grande potenziale alla pubblicazione della antropologia visuale, perchè i testi si armonizzano alle immagini in maniera più incisiva, con livelli maggiori di coinvolgimento, empatia e rappresentazione della realtà. Un esempio: Visual Ethnography (www.vejournal.org).
Altre forme online di diffusione dell'etnografia visiva sono i siti web e i blogs. Tra gli esempi citati il blog di Cristina Lammer sulle sue ricerche in campo della salute ('Healing Mirrors: Body Arts and Ethnografic Methodologies', 2012), dove attraverso il blog fornisce aggiornamenti continui sul suo lavoro e riesce a raggiungere un vasto pubblico (accademici, artisti, medici), composto sia da persone con cui collabora che da appassionati dell'argomento. In merito ai siti web, la Pink cita invece www.praticagroup.com/pictures_videos.shtml (Sunderland and Denny, 2007) dove pubblicano sia video dei partecipanti che dei ricercatori, dando origine a quello che loro chiamano cinema verité. Rispetto ai giornali online, i blogs e i siti sono spazi digitali dove le ricerche possono essere pubblicate, discusse e presentate mentre si sviluppano, è un processo on-going che viene aggiornato di continuo.

Costruire significati attraverso la classificazione e l'analisi.
La Pink ci dice che dobbiamo tenere un approccio riflessivo anche nei processi di classificazione, analisi e interpretazione del materiale raccolto che riconosce la costruttività delle scienze sociali, dei contesti e delle relazioni e le contingenze attraverso cui i significati sono costruiti.

Come procedere:
- Creare un archivio immagini. La prima cosa da fare è creare un archivio delle immagini attraverso l'uso di software specifici. Le immagini possono essere salvate su hard drives, online o in reti informatiche condivise. A volte questo processo di archivio inizia dopo la fine del lavoro sul campo, ma nell'attuale era digitale la ricerca, l'archivio e l'analisi spesso si sovrappongono e durano per tutto il periodo della ricerca.
La categorizzazione delle immagini dipende dai temi che si vogliono affrontare e dall'uso che se ne deve fare (documentari, presentazione etc).
- Analisi. Le immagini si muovono nel mondo e le loro storie possono assumere significati diversi. Nel momento in cui le immagini abbandonano il campo verranno interpretate attraverso una molteplicità di prospettive diverse. Gli osservatori danno un significato soggettivo e contingente alle immagini, queste ultime quindi devono essere 'collocate'. Importante è ricordare che lo scopo non è tradurre in parole le immagini ma esplorare la relazione fra i vari modi di fare conoscenza (diari di campo, registrazioni video e audio, trascrizioni, letteratura, posts online dei social network, foto amatoriali). Quindi la fotografia non serve per illustrare le note di campo e i video non sono solo la prova dell'intervista, ma immagini e parole si contestualizzano l'uno con l'altro, sono fra loro interdipendenti.
E' necessario inoltre avere un approccio riflessivo, il che significa non rendere il processo solo sistematico, ma tenere conto delle storie, delle emozioni, combinare l'aspetto realista delle immagini alla consapevolezza della loro costruzione soggettiva. Usarle sia come realistic record (come documentazione di sequenze di eventi) sia come forma narrativa pur riconoscendo la contingenza del significato. I significati infatti spesso vengono rivisti per motivi accademici, cambiano a seconda del contesto, questo non significa rimpiazzare ciò che è stato fatto sul campo ma aggiungere un ulteriore strato in modo da creare una biografia dell'immagine. Ogni interpretazione data a un immagine ha un significato antropologico quando legata ad altri livelli di conoscenza.

Come scrivere un testo ed integrarlo alle immagini.
La Pink contesta la dominanza del testo scritto nelle rappresentazioni etnografiche. La rappresentazione della conoscenza etnografica non è solo un fatto di produzione di parole ma di collocare immagini, qualche volta in relazione alle parole scritte, ma anche in relazione ad altre immagini, a dialoghi o suoni. Alcuni studiosi, come George Marcus e Paul Stoller, suggeriscono di scrivere non secondo la forma convenzionale di 'linear narrative' ma attraverso un 'montage text', non è più solo un discorso accademico ma una interazione che nasce in unione con i discorsi degli individui e con le culture locali, ovvero una rappresentazione simultanea e non-gerarchica delle diverse conoscenze (locali, accademiche, personali) all'interno dello stesso testo. Per raggiungere questo scopo è necessario unire diversi stili, tra cui ad esempio poesia, racconti autobiografici, scritti accademici, fotografie etc. Un numero sempre crescente di autori hanno sviluppato libri accompagnati da foto e anche da collegamenti a web sites dove trovare materiale visivo addizionale.
Un altro elemento da analizzare è: scrivere al presente o al passato? Anche i testi che vengono usati per descrivere le immagini possono essere scritti al presente o al passato. Normalmente scrivere al presente serve a rendere il contenuto astratto e oggettivo, invece scrivere al passato costituisce l'affermazione di autorità e autenticità dell'etnografo. Se il testo della foto è scritto al passato lo scopo è dare evidenza della propria presenza sul campo e produrre uno specifico momento etnografico con l'intento di convincere il lettore dell'autorevolezza del ricercatore.
Scrivendo al presente invece si vuole indicare l'idea di permanenza e continuità, un'immagine situata nel presente è trattata come una rappresentazione realistica, si crea una particolare relazione fra il testo, l'immagine e il contesto etnografico. Il presente etnografico è un processo dove l'esperienza etnografica, il materiale raccolto sul campo e i dibattiti accademici si intersecano fra loro.
Il testo e le foto spesso sono inserite di pari passo quando vogliono essere da supporto l'uno dell'altro (approccio realistico). Altre volte le foto possono essere separate dal testo in modo che possano essere interpretate da sole da parte del lettore/osservatore (approccio narrativo), le foto in questo caso non sono a supporto del testo ma in relazione con lo stesso.
Simili approcci riguardano l'uso dei video nella rappresentazione etnografica. Vi sono diversi approcci. Il primo è un approccio oggettivo, dove si ritiene che il video debba avere un valore scientifico e quindi descrivere il più possibile la realtà e la cultura in oggetto, senza modifiche e conservando i suoni originali. Un secondo approccio invece tende a valorizzare l'individuo più che la cultura nel suo insieme, quindi è più soggettivo. Il terzo approccio è di tipo partecipativo fondato sulla collaborazione con i soggetti della ricerca. Secondo Barbash and Tylor (Cross Cultural Filmmaking, 1997), la preparazione di un documentario è per natura un processo collaborativo, è impossibile fare un film sulle altre persone completamente da soli. I partecipanti possono essere coinvolti a diversi livelli, nell'editing, nel commento e nel feedback, nel supporto tecnico o anche nella presentazione del video a esterni.
Anche per il video, come per la fotografia, è importante unire al video anche atri materiali di ricerca. Immagini e testo sono complementari, entrambi partecipano a livelli diversi alla rappresentazione dell'esperienza individuale. E' inoltre importante sapere a che pubblico ci si rivolge. Ad esempio conferenze e seminari sono i luoghi adatti in cui inserire video clips in combinazione con altri testi e immagini. Il video ha la capacità di incorporare l'esperienza multisensoriale del lavoro sul campo e di evocare la parte empatica del pubblico molto più di quanto possa fare da solo un testo scritto.

Conclusione
Sarah Pink conclude il suo lavoro dicendo che il suo libro non è un metodo, non è qualcosa che si 'fa' ma qualcosa che accade mentre si fa, e il fare è in continuo cambiamento poiché la tecnologia, la teoria, la pratica e la vita vanno avanti in modi nuovi. Nonostante le nuove tecnologie che nascono ogni giorno, noi possiamo imparare da quelle già esistenti, sono il nostro punto di partenza mentre il nuovo si fa strada. Le nuove emergenti tecnologie cambieranno ancora i contesti, le relazioni, i luoghi nei quali fare etnografia visuale. Nonostante ciò l'autrice ritiene che alcuni concetti rimangono fondamentali e alla base del lavoro nella pratica, concetti che sono sempre più presenti nel modo in cui l'etnografia visuale digitale è teorizzata, approcciata e performata. Tali concetti sono ad esempio la partecipazione, il mapping, la sensorialità, il movimento. La relazione fra questi elementi può essere sempre il punto di partenza per una etnografia visuale digitale.










1 ottobre 2014

Furto in U16

Ciao a tutti,
a causa del furto attrezzature avvenuto nell'edificio U16 durante la pausa estiva, il laboratorio di Antropologia visiva è spostato al secondo semestre.
Coloro che hanno lavori in sospeso e che necessitano della registrazione dei crediti entro la fine del semestre si facciano vivi via mail per accordi specifici
un caro saluto a tutti
sara

13 agosto 2014

Un posto dove si sta anche bene - Trasfigurazione dello spazio a Malpensa


Cara Sara e colleghi, ecco il link al mio lavoro: http://youtu.be/j0uVMVmpxIo

Le immagini che compongono il filmato sono state raccolte in quattro occasioni: una serata di presentazione del master plan di Malpensa al circolo Arci Paz di Castano Primo (MI); una chiacchierata-intervista con Chiara e Corinna, due esponenti del Comitato Viva Via Gaggio; una passeggiata nel territorio minacciato con Walter, a cui hanno preso parte, oltre alla sottoscritta, Franco e Marco (con i suoi bambini), membri del gruppo Acquaria di Varese; la riunione del coordinamento NoTerzaPista del Castanese, all'interno dell'iniziativa CampoGaggio, presso la ex dogana austro-ungarica, oggi sede del Parco del Ticino. A ciò si aggiunge una sessione di riprese di contorno, di esplorazione dello spazio e dei luoghi. Tra le prime quattro e la seconda c'è una differenza di attrezzatura (videocamera mini dv per le prime e fotocamera con video HD per la seconda), che ha comportato difficoltà nel settaggio per il montaggio (che non ho ancora risolto) e che ha provocato una perdita generale di qualità per l'una e le altre.
Altro inconveniente, che più che solo tecnico, è anche un problema di decisione di postura, è la mia scelta di non montare un cavalletto nell'intervista e di tenere in mano la videocamera, senza badarci più di tanto, e cercando di mantenere un contatto visivo con le interlocutrici. Questo non risulta molto piacevole per chi guarda il filmato, perché l'inquadratura sballonzola, trema e cade, ma è per così dire il prezzo da pagare per non mettere troppo a disagio e a distanza l'interlocutore. Come a dire: non faccio finta che non ci sia la videocamera, infatti la reggo in mano continuamente, ma la umanizzo, (non)controllandola direttamente. Su questo necessariamente devo riflettere e prendere una decisione per il futuro.
Questa introduzione anche a mo' di scusa per chi si sottoporrà alla mezz'ora che la visualizzazione del video richiederà. Per fortuna c'è una bella canzoncina finale, non proprio autoctona, ma in linea con gli intenti dei soggetti ripresi e di ciò che chi riprendeva voleva mostrare: un gruppo di persone che si attacca alla terra, o meglio, al territorio, lo fa suo, fa mente locale, lo abita. Grazie a questo abitare fonda un'appartenza identitaria, si immagina e si vive effettivamente come comunità. La minaccia della terza pista di Malpensa ha consolidato o creato ex novo relazioni, ha esplicitato valori e idee, ha prodotto riti e manufatti. Linguaggi e modi di muoversi. Stili di consumo e di rapporto con il tempo e la storia. La carenza di questo filmato è senza dubbio il fatto che tutto ciò non sia rappresentato, semmai raccontato. Ma questo non è un limite del mezzo audiovisivo in sé: come avevo raccontato in un precedente post, le occasioni non sarebbero mancate. Certamente oltre ad arrivare in orario ai “riti”, avrebbe fatto comodo dedicare più tempo alla ricerca di campo, partecipando più a fondo alla vita della comunità che si sta fondando.
Un dialogo diretto con Ambrogio Milani, il “creatore di parchi” di cui tutti parlano ma che non si vede mai, se non attraverso le sue tracce, i suoi interventi sul terreno, manca del tutto. Questa è stata una scelta dettata dal rispetto che mi incuteva il modo in cui tutti me l'avevano presentato –ovvero una persona che si sottrae, che non ama esporsi– quindi non ho ritenuto consona al mio livello di penetrazione nelle relazioni, la ricerca di un'intervista. Non posso dire sia stata una scelta estetica, anche se poi, devo dire, mi piace che lui non si veda, che sia come una presenza onnisciente, un deus ex machina della situazione!
All'inizio il montaggio aveva previsto una soluzione ben più estenuante, con 56 minuti di spiegoni, per voci degli intervistati, di ogni dettaglio della vicenda. La mia preoccupazione era che si capisse. In realtà, avevo perso di vista il mio intento, che era quello di fare vedere un farsi comunità, o meglio un'atmosfera di comunità, vista la scarsità di materiale. Quindi ho tagliato un bel po', cercando di lasciare le frasi più espressive, più indicative, e tanto spazio allo spazio, per far sentire l'ansia della perdita.

Grazie per l'attenzione.
Alessandra Mainini

22 luglio 2014

Principles of Visual Anthropology (a cura di Paul Hockings, Walter De Gruyter & C., 1995)

POTENZIALITA' DEI MEZZI AUDIOVISIVI NELLA RICERCA ANTROPOLOGICA

Nella primavera del 1895, all’Exposition Ethnographique de l’Afrique Occidentale, Felix Louis Regnault filma una donna Wolof che modella vasi.
Il suo è il primo esempio di film etnografico.
Tre anni dopo, con la spedizione antropologica dell’Università di Cambridge nello stretto di Torres organizzata da Haddon, abbiamo i primi filmati girati sul campo.
Tuttavia, nonostante Regnault e Haddon insistano, nelle loro pubblicazioni, sull’importanza e sulla validità dell’uso degli strumenti di ripresa nell’ambito della ricerca, nei primi anni del ventesimo secolo il ricorso agli strumenti audio visivi sarà limitato a pochi, sporadici lavori.
Nel secondo decennio del ‘900, le ambientazioni esotiche fanno invece da sfondo a una serie di film, chiamati documetaires romancés, senza alcuna dichiarata pretesa scientifica, girati da Gaston Méliès nei Mari del Sud. Segue, a distanza di una manciata di anni, il lavoro di Curtis tra gli indiani Kwakiutl.
Inoltre, le potenzialità del cinema vengono sfruttate anche in ambito coloniale: gli Americani, nel 1912, proiettano una serie di immagini per sensibilizzare i Filippini all’educazione sanitaria. Il cinema coloniale sancirà il passaggio dal periodo pionieristico del film etnografico all’uso del film nell’antropologia applicata.
“Nanook”, film di R. Flaherty sugli Inuit, girato nel 1922, combina diversi generi, tra cui l’home movie, il documentario e la scenotecnica. Senza alcuna specifica formazione, Flaherty ha realizzato un lavoro di indubbio valore.
Si dovrà, però, attendere sino ai lavori di Mead e Bateson (1936/38) per registrare dei significativi cambiamenti. Gli anni ‘30 hanno rappresentato lo spartiacque tra la scarsa considerazione e il riconoscimento del valore degli strumenti audiovisivi all’interno della ricerca antropologica.
L’evoluzione è stata possibile grazie al ruolo assunto dai film nell’insegnamento della materia, incoraggiato da musei e università, dalla diffusione della nuova forma del documentario (dagli anni ‘20 assume la forma canonica di single-concept film, di durata variabile tra i 10 e i 60 minuti, muto ma sottotitolato, almeno sino al 1927, anno in cui viene introdotta la voce narrante) e dagli avanzamenti tecnici in campo cinematografico. 
Mead e Bateson, nella ricerca in Nuova Guinea, utilizzano strumenti di ripresa, che offrono la possibilità di cogliere una vasta gamma di espressioni non verbali, in altro modo difficilmente apprezzabili.
Negli anni ‘50 il genere viene ulteriormente sviluppato da alcuni etnografi, tra cui Jean Rouch. Partito alla volta della Nigeria, armato di una Bell and Howell da 16 mm, Rouch diventa il primo a fare della realizzazione di film etnografici una professione a tempo pieno. Rouch fa proprio un metodo ampiamente utilizzato nella ricerca psicologica sin dagli inizi del ‘900 (poi ripreso negli studi psichiatrici condotti durante la Seconda Guerra Mondiale): stimola la reazione dei propri attori mostrando loro le riprese effettuate e adopera le macchine da presa e i cameramen per provocare veri e propri psicodrammi. Worth e Adair utilizzano il film stesso come reazione, lasciando gli strumenti di ripresa nella mani di un gruppo di Navaho, da loro istruiti.
Dagli anni ‘60, il film etnografico continua a suscitare non solo una buona dose di interesse, ma soprattutto un acceso dibattito all’interno della materia. Accanto al numero sempre crescente di ricerche condotte avvalendosi degli strumenti di ripresa, si è sviluppata una controversa questione intorno ai vantaggi e ai limiti della videoricerca.
E’ la consapevolezza di avere a che fare con qualcosa di evanescente che, dice Margaret Mead, anima l’esigenza di preservare testimonianze dei costumi e delle vite degli esseri umani viventi.
Il processo di conservazione è tradizionalmente affidato alla scrittura. Anche oggi, nonostante la vasta gamma di strumenti che il progresso in campo tecnologico ci ha messo a disposizione, il metodo canonico della ricerca etnografica rimane l’osservazione diretta sul campo e la scrittura (nella forma di appunti, note di campo e quindi di etnografia).
L’avversione all’introduzione di strumentazione innovativa nei contesti di ricerca muove principalmente da due diverse considerazioni: la prima, di carattere economico e tecnico, riguarda gli elevati costi e le difficoltà che possono essere riscontrate nell’uso degli strumenti. La seconda considerazione è prettamente metodologica, e riguarda i risultati della ricerca condotta mediante l’uso di questa strumentazione, che viene accusata di selettività e parzialità.
Dall’altra parte, vi è un consistente numero di pareri che vanno assolutamente nella direzione opposta. Sempre Margaret Mead, nella breve introduzione alla raccolta di saggi “Principles of Visual Anthropology”, insiste sull’importanza della raccolta di testimonianze visuali e mostra come sia possibile aggirare le obiezioni avanzate, constatando che, da una parte, l’avanzamento della disciplina richiede la disponibilità ad investire nell’attrezzatura e, dall’altra, che sono sufficienti competenze minime per poter utilizzare la strumentazione in maniera efficace. 
Alle accuse metodologiche, si può controbattere, come sostenuto da Vincent Crapanzano, che l’etnografia sia sempre, in qualche modo, parziale, che sia un metodo provvisorio di venire a patti con un’altra cultura, che non possa prescindere dal momento della produzione (che è prerogativa esclusiva dell’etnografo). 
Inoltre, l’elemento di disturbo introdotto dall’utilizzo della strumentazione e dalla presenza di cameramen può essere minimizzato lasciando, ad esempio, la telecamera fissa in un punto.
Per di più, i vantaggi del ricorso agli strumenti di ripresa possono essere apprezzati proprio laddove la scrittura presenta evidenti limiti: i video permettono un’osservazione che copre un lasso di tempo maggiore, colgono le azioni nella loro complessità all’interno del loro ambiente naturale, conservandole per permetterne la visione a diversi osservatori in diversi momenti, possono essere la base da cui partire per un confronto tra ricercatori e partecipanti e tra teorie astratte e comportamenti concreti, come sostenuto da Joseph Schaeffer.
E’, pertanto, necessario riconsiderare il ruolo degli strumenti audiovisivi nell’ambito della ricerca antropologica.
Per contrastare il processo di uniformazione e di scomparsa di culture che si sta verificando a livello globale l’eredità culturale dell’umanità deve essere registrata nella sua eterogeneità e ricchezza, come indicato nella risoluzione stilata dai copresidenti Jean Rouch e Paul Hockings, appovata dal IX Congresso di Scienze Antropologiche ed Etnologiche, tenutosi a Chicago nel 1973.
E’ indispensabile focalizzarsi sull’organizzazione di un programma di riprese globale che dedichi particolare attenzione alle culture che stanno scomparendo, sulla catalogazione e sulla conservazione del materiale già realizzato, ma soprattutto sulla formazione e sull’insegnamento delle tecniche di realizzazione del film etnografico.
“Molte delle situazioni con cui abbiamo a che fare - dice Margaret Mead (Introduzione di “Principles of Visual Anthropology", a cura di Paul Hockings, Walter De Gruyter & C., 1995, p. 10) - [...] non possono essere replicate in laboratorio. Ma con materiali video e audio correttamente raccolti, commentati e preservati, possiamo riprodurre ripetutamente e analizzare scupolosamente lo stesso materiale. Come strumenti migliori ci hanno insegnato di più sul cosmo, allo stesso modo registrazioni migliori di questo prezioso materiale possono illuminare la nostra crescente conoscenza e l’apprezzamento del genere umano”.

Vita da Clown

Buongiorno a tutti,

nei giorni scorsi abbiamo finito di montare la nostra video etnografia sulla Scuola di Arti Circensi di via Sebenico e prima di lasciarvi  il link al video vorremmo spendere alcune parole conclusive sulla nostra esperienza e sul nostro lavoro.

Inizialmente la nostra idea era seguire da vicino gli artisti di strada che si esibiscono agli incroci intrattenendo gli automobilisti fermi ai semafori, ma dopo aver contattato una scuola di arti circensi che si occupava oltre che di giocoleria anche e soprattutto di clownerie abbiamo deciso di cambiare oggetti della nostra ricerca, chiedendoci quindi che cosa vuol dire essere un clown.  Oltre alle riprese fatte nella sopracitata scuola e nel quartiere Isola dove essa si trova, abbiamo deciso di intervistare sia gli apprendisti clown sia i loro maestri in modo da avere una visione più ampia ed eterogenea di questa forma d’arte. Come vedrete nel video di notevole importanza è sicuramente la figura del direttore della scuola, Maurizio Accattato, che abbiamo considerato una sorta di guida in grado di tenere insieme le diverse narrazioni emerse. Avendo a disposizione più tempo avremmo voluto poter filmare altre situazione in cui emerge l’”essere clown”, magari conoscendo altre realtà e altre scuole, consapevoli che quello da noi ricercato è solamente un modo di intraprendere quest’arte.

Per quanto riguarda il lavoro di montaggio abbiamo provato a dare una struttura coerente all'intero progetto, ma senza rinunciare ad avere un prodotto piacevole in grado di intrattenere o comunque interessare chi lo guarda. Sicuramente abbiamo un enorme margine di miglioramento per quanto riguarda la post produzione video ma complessivamente ci riteniamo soddisfatti del lavoro.

In definitiva il laboratorio non solo ci ha permesso di avere una seppur breve esperienza di campo, essenziale ad uno studente di antropologia, ma ci ha anche fornito diversi strumenti per poter realizzare un filmato, sia per quanto riguarda le riprese che il montaggio, che sicuramente potrà esserci utile in futuro.

Vi lasciamo ora il link del nostro video, sperando vi piaccia e vi interessi: http://youtu.be/OR16ooh_Lck

ATTENZIONE: il video caricato per diversi problemi emersi durante l’esportazione purtroppo ha una risoluzione estremamente bassa. Speriamo prossimamente di riuscirne a caricare una versione migliore.

-Alex Didino
-Cinthia Elisa Muniz
-Chiara Schiavi

20 giugno 2014

Video Parkour

Buongiorno a tutti,
annunciando che abbiamo caricato il nostro video sul Parkour sul canale YouTube come da accordo, volevamo approfittare dell'occasione per spendere un paio di parole sul progetto appena concluso.

L'esperienza del laboratorio è stata per entrambe le componenti del gruppo (Laura Floreani e Melissa Fiameni) molto positiva. Da zero abbiamo imparato non solo ad accendere ed utilizzare una telecamera, ma anche a montare un intero video; il risultato non era scontato e la soddisfazione finale è stata maggiore del previsto.

Rispetto all'idea iniziale, come è immaginabile, il progetto si è modificato ed adattato alla realtà che ci siamo trovate dinnanzi. Avendo scoperto nella palestra un luogo dove la dimensione dei corsi e dell'insegnamento della disciplina erano preponderanti rispetto alla dimensione spettacolare e della performance, almeno all'interno delle mura dell'edificio, abbiamo quindi deciso di orientare la ricerca, oltre che verso le esperienze personali dei giovani istruttori e performer, anche verso la dimensione della consapevolezza e della trasmissione dei valori del parkour attraverso l'insegnamento.
Il video comprende molte interviste parlate, e questo può essere anche visto come un punto debole, ma ha cercato anche di sottolineare, con la scelta di certe inquadrature, i tempi, ritmi e gesti che i piccoli e i giovani sperimentano e cercano di copiare ed interiorizzare.
La visione che si è voluta utilizzare è dal generale al particolare: dall'arrivo alla palestra, alla costruzione di questa e del gruppo intervistato, alle tipologie di corsi, agli esempi dei corsi, alle interviste sul rapporto soggetto-spazio-ostacoli, agli esempi del rapporto e dei gesti che si instaurano tra insegnanti e corsisti, per arrivare alle definizioni e ai significati veicolati.

Analizzandolo criticamente si può riscontrare la mancanza di alcune interviste ai corsisti e dell'azione sul campo vero e proprio dei performer-istruttori, che non si vedono entrare del tutto in azione. Questo è dovuto ai tempi e alle modalità della nostra ricerca: non abbiamo avuto moltissimo tempo a disposizione sia noi, sia i ragazzi per farci vedere acrobazie particolari; per quanto riguarda i clienti, visto il tempo limitato, abbiamo preferito cercare di non influenzare ulteriormente l'ambiente in cui ci trovavamo per lasciare spazio ai gesti e alle dinamiche che emergevano.

Certamente i miglioramenti possibili sono molti, ma per essere una produzione prima ci riteniamo più che soddisfatte del risultato. Le possibilità che questo video ci ha aperto sia nell'approfondimento della ricerca in questo campo specifico, sia nelle possibili migliorie tecniche ed artistiche, sia nell'utilizzo e nella consapevolezza del mezzo audiovisivo, aprono verso il futuro.

Grazie alla professoressa Bramani per la gentilezza e la disponibilità,

Laura Floreani
Melissa Fiameni

12 giugno 2014

Ultima lezione

Ciao a tutti,
giovedì prox dalle 9.30 alle 12.30 ci si trova nel laboratorio di antropologia visiva (U16 - primo piano) per la registrazione dei crediti e visione dei video terminati
Ricordatevi di caricarli sul canale youtube@etnografiadellaperformance.it (per password scrivetemi mail) e non sul blog per nn caricarlo
A presto
Sara


fuorimano


FUORIMANO
Ex Conceria Sabatia di Via Boffalora n° 15/17 Milano
L'intento di questa esperienza è quello di costruire un primo abbozzo di un idea più completa e organica per una documentazione audio visiva relativa all'ex conceria Sabatia, posizionata alle porte di Milano, all'inizio del parco sud,  tra la Barona e il Grattosoglio, a 90 metri dal Naviglio Pavese. Chiudendo l'attività nel 1991 la struttura si trasforma in contenitore di spazi sia lavorativi che abitativi, confermandosi nel tempo in un luogo di residenza e integrazione di persone provenienti da diverse nazionalità come Cina, Romania, Bulgaria, Marocco, Tunisia, Costa d'Avorio, Stati Uniti d'America, Croazia, Polonia, ecc; persone in continuo movimento verso direzioni obbiettivi e con velocità e ritmi diversi.
La maggior parte delle volte sono le persone ad adattarsi al posto e agli spazi e non il contrario, per cui uno degli aspetti più suggestivi e delicati è il degrado di elementi di primaria necessita (impianti elettrici, fognature, raccolta della pattumiera,  infrastrutture). I proprietari sono chiamati padroni per le modalità anacronistiche con cui sono gestiti i rapporti. Nello stesso luogo sono praticati lavori tipicamente artigianali quali fabbroferraio, meccanico, vetraio, falegname e professioni più vicini all'ambito tipicamente creativo come registi, designer e scenografi.
Risiedo qui dall'agosto del 2002 e il mio punto di osservazione è sicuramente privilegiato. Essere in una zona di contatto mi ha permesso di raccogliere molti episodi di trasformazione e visioni poetiche vivendoli personalmente attraverso l'esperienza quotidiana. Sono sempre rimasta colpita e affascinata, per come persone di habitus,  estrazione sociale,  professione, obbiettivi  molto differenti riescano a convivere e condividere questo luogo attraverso le mille contraddizioni, contrasti, armonie e disarmonie, legami, amicizie e inimicizie che si avvicendano  alternandosi nello spazio e nel tempo. Mi sono chiesta se questi attori sociali, al di la delle loro diversità condividano una sorta di comune denominatore che va oltre al basso costo economico degli affitti; se vige una sorta di equilibrata anarchia non dichiarata, che placa la violenza la maggior parte delle volte e permette una fragile ma intensa armonia, essa è sorretta dalla responsabilità di tutti.
Questa ex fabbrica, che trattava pelli e che inizialmente ospitava circa 150 operai in camerate comuni provenienti tutti dallo stesso paese, Solofra in provincia di Avellino, indichi già diverse possibilità e diverse vie d'indagine. Questo posto si presterebbe per un lavoro pluri tematico e necessariamente ipertestuale, considerando che la posizione topografica risulta apparentemente fuorimano rispetto al centro città ma in realtà velocemente raggiungibile seguendo la linea retta del naviglio.
Non posso non mettere in evidenza la mia posizione realmente inserita nel contesto, per cui il mio punto di vista è condizionato fortemente dai luoghi e dai punti di ripresa. Ottenere la fiducia delle persone che mi circondano, non avvertirle ogni volta che le riprendo, nonostante siano a conoscenza delle mie intenzioni, non è cosa proprio scontata. Come strategia metodologica per ottenere la loro autorizzazione al completamento del lavoro organizzerò una proiezione collettiva in uno spazio comune dove faro vedere a tutti il montaggio finale.
 Ho registrato numerosi episodi su diversi livelli attraverso la mia partecipazione attiva, spendendo diverso tempo con i soggetti, integrandomi nel contesto del momento in modo da condizionare il meno possibile l'azione, a volte riprendendo "a freddo", provocando la reazione diretta del soggetto. La scelta "stilistica" e' sicuramente di carattere poetico,  cercando di oggettivare il più possibile il dato osservato, senza nascondere una personale selezione che possa rappresentare in pochi minuti la realtà che più persone condividono in questo luogo. Ho cercato col montaggio di dar voce sia ad alcuni aspetti poetici ma non per questo meno importanti, sia ad interviste più mirate, considerando che la maggior parte degli episodi che accadono, non possono essere registrati tout court  sia per l imprevedibilità con cui avvengono sia per la delicatezza dei contenuti. Attraverso la visione di questa microetnografia visiva mi auguro sia possibile farsi un idea di un luogo,  che unisce paesaggio, ambiente  e momenti  aggregativi  e di scambio che sono comunque le riprese generalmente più autorizzate dai residenti.
La prima parte del progetto prende spunto  da un lavoro audio del 2003 dal titolo E arrivarono...  Costruire cioè una sorta di carta d'identità di questo sito, attraverso la lettura da parte delle persone coinvolte, di un testo contenente un elenco di sinonimi di volta in volta liberamente scelti dai soggetti. Una direzione suggerita da questa indagine potrebbe nascere proprio dal perchè  della scelta, fino a ricostruire vite intere fatte di spostamenti,  soste e nuove nascite.
"La storia e' lunga" , molto lunga soprattutto per le diverse e numerose persone, che attraverso le proprie venture si e' trovata ad abitare in questo luogo per ragioni diverse.


 Marta Dell'Angelo

2 giugno 2014

progetto "rappresentare il cambiamento culturale in azienda attraverso il teatro"

Buongiorno Professoressa,
allego il progetto di lavoro "Rappresentare il cambiamento culturale in azienda attraverso il teatro".
Stiamo lavorando sulle modifiche al video, che abbiamo concordato insieme la scorsa settimana. Innanzitutto, abbiamo unito alcuni spezzoni dei video, spiegandoli con un commento più chiaro. Non potendo intervistare i partecipanti, abbiamo aggiunto alcune pagine di "diario del cambiamento". Infine, abbiamo pensato di inserire una riflessione critica sull'utilizzo del teatro in azienda, sviluppata dalla collega. Contiamo di venire all'ultimo incontro del 19 maggio per mostrarle il video.
Cordiali saluti
Simona


RAPPRESENTARE IL CAMBIAMENTO CULTURALE IN AZIENDA ATTRAVERSO IL TEATRO

Questo lavoro nasce da una riflessione sulla cultura aziendale e sul nostro ruolo di consulenti e facilitatori del cambiamento culturale nelle organizzazioni.
La cultura esercita una forte influenza sul comportamento e gli individui all’interno dell’organizzazione imparano a seguire delle modalità di condotta, che rispecchiano la cultura aziendale di riferimento.
In una azienda spesso convivono due culture, che si articolano su due livelli e che, attraverso la loro intersezione ed interdipendenza, danno origine a molteplici scenari. Ad un primo livello di analisi si incontra la cultura esplicita, manifesta, che si concretizza nelle dichiarazioni formali dell’organizzazione (vision, mission e valori) e nelle norme di comportamento (regole di condotta, direttive).
Ad un livello più profondo si trova un tipo di cultura latente. Tale cultura il più delle volte è implicita e, né gli individui, né l’organizzazione ne hanno piena consapevolezza. Essa, però, si rivela spontaneamente nei gesti quotidiani, nel modo in cui gli individui si rapportano al loro lavoro, costruiscono interazioni, elaborano modelli di comportamento e rappresentano, rappresentandosi, il mondo aziendale.
Un osservatore esterno può cogliere questo mondo sommerso fatto di quotidianità e di rappresentazioni attraverso i comportamenti manifesti delle persone:
-        il modo di svolgere l’attività (la professionalità, l’impegno, il coinvolgimento nei gruppi di lavoro, il modo di parlare del proprio ruolo);
-        le conversazioni (le pause alla macchinetta del caffè, i termini condivisi, le esperienze comuni che entrano nella memoria collettiva, i miti);
-        l’interazione con gli altri (il grado di collaborazione, le alleanze, i conflitti, i pregiudizi);
-        la visione di sé (il senso di appartenenza, la motivazione, la partecipazione).

Studiare la cultura presente all’interno di una azienda è determinante per comprenderne le logiche di funzionamento ed in particolare consente di portare alla luce i gap spesso esistenti fra la cultura esplicita e quella implicita. L’intervento di consulenza, allora, ha l’obiettivo di promuovere un allineamento, che si sviluppa attraverso delle connessioni fra i due tipi di cultura ed una presa di consapevolezza dei significati.
Le implicazioni sono molteplici.
Innanzitutto, un primo oggetto di studio può essere indirizzato alla comprensione della cultura latente, quella che spesso diventa la cultura dominante, perché condivisa dalla maggior parte delle persone nella quotidianità, anche a scapito della cultura ufficiale, quella voluta dall’azienda, ma non compresa o assimilata da chi ci lavora. L’obiettivo, allora, diventa promuovere un cambiamento culturale, che abbia un impatto sia sulle persone e sul loro modo di vivere e condividere la cultura, che sull’organizzazione e sul modo in cui essa assimila le necessità dei suoi membri, pur mantenendo la sua identità. Si tratta di favorire un allineamento fra due culture, che richiede alle persone un notevole impegno cognitivo ed affettivo, di elaborazione o rielaborazione di significati.
In un secondo momento si può cercare di cogliere come la dissonanza cognitiva ed affettiva legata a due culture spesso contrapposte, possa avere impatti molto pesanti sul benessere sia delle persone, che dell’organizzazione nel suo insieme ed intervenire, di conseguenza, sugli stati di malessere e sul senso di straniamento, aumentando di contro il senso di appartenenza, la motivazione ed il coinvolgimento.
Infine lo studio può essere indirizzato alla scoperta (o riscoperta) dei valori aziendali che appartengono alla cultura ufficiale, con l’intento di renderli visibili e condivisibili, aiutando le persone ad interiorizzarli.
Lavorare sulla condivisione dei valori aziendali definiti dalla cultura ufficiale è un aspetto fondamentale dell’intervento di consulenza volto a promuovere un cambiamento culturale.
Il primo passo è fare in modo che sia le persone che l’azienda portino alla luce i valori esistenti, li discutano e li condividano. Questo tipo di intervento può portare a tre diversi risultati.
Talvolta, emerge che i valori ufficiali non sono condivisi dalle persone, che, però, in linea di principio ne riconoscono la validità. In questo caso l’intervento sarà incentrato su come imparare a condividere i valori aziendali, aiutando le persone a rivedere il proprio modo di rappresentarsi l’organizzazione e di rapportarsi ad essa.
In altri casi emerge che i valori non esistono o non rispecchiano la cultura ufficiale e gli intenti dell’azienda. In questo caso si procede con un lavoro di revisione dei valori fino alla loro validazione e condivisione.
Infine, può accadere che, attraverso l’incontro con la cultura implicita, la cultura ufficiale venga arricchita di altri nuovi valori. In questo caso l’obiettivo del lavoro è favorire la compenetrazione dei valori.
Da parecchi anni utilizziamo come strumento di lavoro le tecniche teatrali. Riteniamo che, attraverso il teatro, le persone riescano a ragionare in modo molto efficace sulla rappresentazione che hanno della propria cultura e questo è possibile proprio grazie alle qualità del teatro stesso.
Abbiamo notato che, utilizzando le tecniche teatrali, le persone parlano più volentieri e più liberamente di sé, lavorano più efficacemente in gruppo, superano più facilmente imbarazzi o pregiudizi verso gli altri, si aprono maggiormente ad una conoscenza reciproca, riflettono meglio su tematiche astratte come la cultura.


Per realizzare il video abbiamo pensato di raccontare in prima persona la nostra esperienza di facilitatori del cambiamento culturale in azienda. Abbiamo pensato di intervistarci, ponendoci delle domande sul metodo per individuare la cultura in azienda, sulle tecniche di intervento e sui risultati attesi. Riteniamo che sia utile arricchire il nostro racconto con dei video, che mostrino dei gruppi durante il lavoro di riconoscimento dei valori aziendali. Infine, pensiamo che sia interessante mostrare un caso particolarmente esplicativo, dove chiediamo al gruppo di negoziare i valori che secondo loro rappresentano l’azienda e, in un secondo tempo, di realizzare una performance teatrale che mostri tali valori.
Tuttavia, il video, realizzato in questo modo, ha parecchi limiti. Primo fra tutti, la difficoltà di mostrare il cambiamento culturale in atto all’interno dell’azienda. Nel nostro lavoro di consulenza esiste un prima (ciò che accadeva in azienda prima del nostro intervento), un durante (il percorso che le persone fanno quotidianamente per cambiare la propria rappresentazione della cultura aziendale) ed un dopo (il risultato che le persone e l’organizzazione hanno ottenuto attraverso un lavoro congiunto di negoziazione, revisione e messa in discussione, durato almeno un anno). Solitamente, lo strumento di misura del nostro lavoro consiste in interviste, workshop di gruppo e questionari. Ma anche di un lavoro costante di osservazione dell’attività quotidiana e di partecipazione alla vita dell’organizzazione. Pensiamo che sia proprio in questa quotidianità, fatta anche (e soprattutto) di piccoli gesti e di mezze parole, che risieda il cambiamento culturale. Una quotidianità che rappresenta un mondo denso, vivo, dinamico e complesso, che è molto difficile racchiudere in un’intervista o in un video.

Team di lavoro:
Simona Raimondi
Rosa Pantaleo

28 maggio 2014

INTRODUZIONE AL DOCUMENTARIO. (Bill Nichols).

Capitolo 8: Come si può scrivere efficacemente sul documentario?

In questo ultimo capitolo, Nichols cerca di affrontare una questione spesso ai margini dei documentari stessi, la stesura di un’analisi critica. Prenderà come esempio l’analisi del film Nanuk l’eschimese, sintetizzato in circa 500-750 parole
.
Il primo passo – dice – è la preparazione (p.174). bisogna per prima cosa vedere il film, ma ancora meglio rivederlo più volte; soltanto dopo questo processo ripetuto si possono mettere in moto una serie di domande che ci consentono di analizzare più approfonditamente il video. Possiamo chiederci: perché Flaherty inizia in questo modo? Cosa intende fare nel resto del film? Perché termina in quella maniera? Ecc… A partire da queste domande e da molte altre, è possibile costruirsi un’idea su come Flaherty abbia immaginato il suo documentario. È importante prendere appunti durante la visione del film per avere il materiale su cui basare la propria indagine. Gli appunti possono comprendere: 

·         l’ordine cronologico delle scene;
·         i tipi di inquadratura;
·         le tecniche di montaggio;
·         i testi parlati o scritti;
·         le tecniche retoriche;
·         le modalità rappresentative;
·         altre qualità particolari (quanto influisce la presenza del regista, ecc.).

L’operazione della presa di appunti è molto selettiva; alcune parti possono essere tralasciate per focalizzare l’attenzione su altre. Con esse mettiamo in evidenza quali sono i nostri punti di maggior interesse. Ogni spettatore infatti ha una forte reazione nei confronti del video, su cui si basano le riflessioni di ciascuno. Due sono i modi per trattare un film nella scrittura: la recensione e il saggio critico. Per distinguerli possiamo dire che l’una è pensata per chi non ha ancora visto il video, l’altro per un pubblico che l’ha già visionato e ne vuole un’analisi approfondita. Concentrandosi sul secondo punto, nel processo di scrittura è più importante sostenere un’opinione sul film, basandosi sulle scene, piuttosto che descrivere e riassumere la trama. Bisogna pertanto argomentare quanto si ritiene valido. Bisogna spiegare perché si crede che un film sia ben fatto: innanzitutto che cosa Flaherty ha mostrato e come lo ha fatto.


Nichols suppone una coppia di studenti che tentano di affrontare da un punto di vista critico il documentario. Sarebbe riduttivo limitarsi ad un giudizio sul modello “mi è piaciuto”, “non mi è piaciuto”. Per svolgere un’analisi approfondita gli studenti devono considerare una tesi riguardo al film, sostenuta da alcune considerazioni estrapolate dalla rappresentazione stessa o dalla bibliografia di settore. Nelle pagine 178 e 179 riporta due esempi possibili di analisi del documentario. Essi, allontanandosi dalla mera opinione, si concentrano sulla storia del film e del regista e meno su quella della critica. Il film di Flaherty, come dimostra Nichols, può essere visto sotto molti punti di vista, ciò rende l’analisi piuttosto soggettiva. Questo fatto tuttavia non è limitante, al contrario, presuppone modi differenti di comprensione del “testo” filmico che Flaherty stesso può non aver considerato.