10 ottobre 2012

Cap.5 -


Anche se elaborato e costruito il Lavoro di Flaherty costituisce uno spartiacque come modello di ripresa (siamo nel 1920).
Nanook of the North si impose credo anche per la sua sostanziale distinzione rispetto alle produzioni fino ad allora giunte nelle sale cinematografiche. 
Flaherty si distinse immediatamente come un regista diverso, infatti ci dice “io volevo mostrare gli eschimesi”.  Il cinema/documentario di Flaherty, quindi, NON diventa (in quel momento, con metodi e idee di quell’epoca) proprio un mezzo di spettacolarizzazione della realtà, ma forse un metodo di indagine e di approfondimento della stessa.

Nel Documentario non sarebbe ammesso il plagio della realtà, il suo romanzarla, questo come regola deontologica, tant’è che il grande Dziga Vertov parlava, non a caso, di «vita colta in flagrante», quando accennava alla MISSIONE DEL DOCUMENTARISTA, con il rifiuto di di ogni manipolazione. Vertov aveva già compreso alla fine degli anni Venti, quando realizzava alcune delle sue opere documentaristiche con telecamere nascoste.
Credeva il Documentario come l'esperanto in grado di parlare alle masse, e mi piace questa espressione, perché se pensate alla sola immagine, se riprodotta correttamente nella modalità panoramica dove parlante e ascoltatore sono sempre inquadrati, il senso dell'azione e il contenuto diventano compresibilissimi (Garfinkel). 

Altro spunto interessante può essere quello contenuto nel libro di Carlo Alberto Pinelli, regista cinematografico, L’abc del documentario, secondo lui, si basa essenzialmente su un patto tacito di fiducia, cioè fidarsi dell'autore.

Che dire allora delle scene di "La sottile linea Blu" che sono state girate nel New Jersey e non a Dallas? come la mettiamo con l'affermazione più sopra di Pinelli e Vertov?

come si può notare molte sono le sfaccettature che si sviluppano nella realizzazione di un documento video, molte sono le tecniche e molti i modelli (soggettivi) disponibili, credo però che se le artificiosità vengono utilizzate al fine di una migliore comprensione, senza stravolgere i fatti reali, si possano utilizzare, e ovviamente deve essere evidenziato nell'introduzione al filmato, altrimenti sì diventa fiction!

Certo le riprese elementari di Lumiere, con L'uscita dalla Fabbrica, il Treno che arriva in Stazione, sono le prime reali e palesi immagini crude di un reale in divenire proposto più e più volte in differita quasi a celebrare un Nuovo Mondo, e comunque ricalcano il solco degli impressionisti (per es. Monet con le riproduzioni a diverse ore del giorno della Stazione di Saint Lazare) la voglia di riprendere la realtà colta in flagrante, senza aggiustamenti, cosa che avverrà poi con l'espressionismo.

forse è questo (per me) il periodo più vero del documentario, dove ancora le tecniche non consentono manipolazioni sopraffine e quindi il risultato che appare sullo schermo è il Vero ripreso dal cineocchio.






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