15 gennaio 2014

Spettacoli di danza per turisti a Mombasa: “Villaggi culturali” in Sudafrica come display dell’”autentica” vita “tribale”


In Sudafrica, durante l’Apartheid, la maggior parte delle culture native erano tenute nascoste al pubblico. In quel periodo storico furono delineate dieci aree geografiche, create con il pretesto di preservare la cultura e le tradizioni dei dieci gruppi indigeni individuati sulla base di una supposta identità politica, culturale e linguistica. Ciascuna area era stata infatti deputata a ospitare uno dei dieci gruppi etnici classificati dal governo e sarebbe dovuta diventare, nel tempo, uno stato-nazione indipendente.
Queste homeland erano di difficile accesso a causa di una serie di restrizioni che vietavano la libera circolazione sia degli autoctoni sia degli esterni. Per rafforzare l’ideologia alla base della segregazione razziale, il governo e gli organi di stampa presentarono i gruppi indigeni sudafricani in termini essenzialistici. I musei, che esibivano manufatti disposti in “setting tribali”, fissi e immobili, sotto la stretta supervisione del governo, costituirono per un lungo periodo l’unico accesso a queste popolazioni da parte di esterni. Le modalità espositive di questi musei erano strutturate in modo da porre l’enfasi sulle profonde differenze culturali che separavano i bianchi civilizzati dalle popolazioni indigene. Furono talvolta ricreate anche alcune danze tribali e scene di vita nei villaggi accessibili ai turisti, ma anche tali rappresentazioni erano funzionali al supporto dell’ideologia del governo: proponevano una rappresentazione essenzializzata delle culture indigene.
A metà degli anni Settanta, il governo, per promuovere il turismo interno, aprì la strada alla costruzione di casinò all’interno di alcune homelands. Sebbene questi casinò fossero per la maggior parte costruiti vicino alle maggiori vie di comunicazione, offrivano la possibilità di dare un’occhiata alla vita nelle di questi territori.
Quando l’Apartheid fu abolito, l’accesso alle aree rurali divenne libero; l’apertura democratica del nuovo governo favorì lo sviluppo del turismo internazionale che da quel momento crebbe rapidamente. Il paese poteva offrire splendide bellezze naturali, una ricca fauna ed “esotici” gruppi tribali. Fra il 1988 e le elezioni democratiche del 1994, si registrò un cambiamento nell’interesse verso le popolazioni indigene e la loro rappresentazione; lo sviluppo di villaggi culturali può essere considerata una testimonianza di tale cambiamento.
Negli anni immediatamente precedenti il 1994, i sudafricani mostrano progressivamente sempre più interesse nella storia. Dopo secoli di storiografia distorta, i sudafricani cominciarono a farsi domande su cosa fosse stato tenuto nascosto loro. Lo stesso interesse era rivolto alla cultura: c’era curiosità intorno a quelle realtà che l’Apartheid aveva distorto o celato. Fu in questo clima che nacque il sito a tema culturale di Shakaland. Nel 1986 la South African Broadcasting Corporation trasmise una miniserie dal titolo Shaka Zullu che celebrava la vita e le vicende del celebre re zulu, che divenne popolare sia in Sudafrica sia oltreoceano. I set realizzati per la serie comprendevano la ricostruzione di un piccolo e di un grande villaggio zulu vicino a Eswhowe nella provincia del Kwazulu-Natal. Sebbene il grande villaggio venne distrutto durante le riprese delle ultime scene, quello piccolo, che rappresentava il villaggio del padre di Shaka, restò in piedi e divenne poi parte di Shakaland. Per la costruzione del sito fu impiegato dal gruppo Protea Hotel un antropologo: Barry Leitch. L’idea di Leitch era quella di offrire ai visitatori un’esperienza culturale degli zulu unica, senza fare mistero del fatto che Shakaland era stato in precedenza un set cinematografico. Qui i visitatori potevano fermarsi per un giorno soltanto oppure alloggiare in una delle abitazioni costruite secondo la struttura ad alveare degli zulu. Alcuni “consulenti” conoscitori dell’etnia zulu, guidavano i visitatori durante l’esperienza introducendoli al capo villaggio, un uomo anziano che parlava soltanto la lingua vernacolare. Il capo villaggio spiegava nella sua lingua alcuni aspetti della homestead e rispondeva ad eventuali domande, sempre con la mediazione linguistica dei consulenti. La sera venivano organizzati spettacoli di danze tradizionali e una sessione con un sangoma (un medium spiritico) che i consulenti culturali chiamavano healer (l’intenzione era quella di evitare l’associazione esotica con la stregoneria). Il giorno dopo i visitatori venivano portati in un “vero” villaggio zulu. Nelle intenzioni di Leitch questa visita era necessaria per decostruire l’eventuale mistificazione degli zulu nelle performance organizzate nel villaggio “artificiale”, esponendo i visitatori alla realtà della povertà e ai cambiamenti che erano intercorsi negli ultimi decenni negli stili di vita degli zulu. In questo modo i visitatori avrebbero potuto fare esperienza di ciò che era “reale” in termini di contemporaneità.
Dopo gli anni d’oro di Shakaland il sito perse la sua missione originaria per diventare una mercificazione della differenza culturale. Sulla presentazione del sito web si legge: “Welcome to Shakaland Experience the essence of Africa: pulsating tribal rythms, assagai- wielding warriors and the mysterious rituals of the Sangoma, interpreting messages from the spirits, SHAKALAND, one of South Africa’s most unique tourist attractions, tucked away in an indiginous setting of aloes and mimosa trees, overlooking the Umhlatuzana Lake. Originally recreated for the films Shaka Zulu and John Ross, Shakaland is an unusual cross-cultural centre and living museum, where Zulu folk peruse the customs and traditions of their forebears”.
Dopo Shakaland, numerosi villaggi culturali furono costruiti sfruttando il crescente interesse del turismo internazionale per le realtà “tribali” del Sudafrica. Gli zulu continuarono a esercitare una forte attrattiva come dimostra la creazione di un’altra grande attrazione: DumZulu Traditional Village Lodge che trae ispirazione dal “primo” Shakalnd. Qui risiedono più di cinquanta zulu compreso un sangoma. DumaZulu si avvale anche del visto del re zulu Goodwill Zwelithini, la cui approvazione è garanzia di oggettività e autenticità.
In aggiunta, i materiali promozionali del sito, recitano: “World renowned and respected anthropologist, Graham Stewart, known as the ‘White Zulu’ for his association with the Zulu culture and heritage since 1967 lives at DumaZulu and manages the entire DumaZulu complex” aggiungendo così l’autenticità scientifica garantita dall’antropologo all’esperienza. Infine, anche l’elemento selvatico è incluso nel pacchetto attraverso la presenza nel villaggio di numerose specie di serpenti locali e di un parco di coccodrilli che ospita uno dei più grandi coccodrilli del paese.
Se a Shakaland l’esperienza del visitatore era orchestrata in modo da ridurre al minimo il romanticismo di sapore coloniale, qui l’elemento esotico è posto in primo piano attraverso il ricorso a un linguaggio che esalta la dimensione spettacolare, la bellezza struggente, la presenza di uno stregone e quella dei tamburi.
Durante l’Apartheid, i villaggi rurali abitati dalla popolazione indigena erano tenuti piuttosto nascosti, ma oggigiorno sono esposti a una crescente mercificazione che esalta l’immaginario di un’Africa selvaggia e pericolosa. Inoltre, se in precedenza l’accento era posto sulla diversità che doveva essere preservata attraverso l’isolamento delle culture, ora l’enfasi cade sull’elemento esotico e tradizionale. Agli occhi dei turisti spesso ciò che è tradizionale, dove per tradizionale si intende ciò che è sempre stato così senza mai subire variazioni, corrisponde a ciò che è autentico. I turisti sono alla ricerca dell’autenticità e i “villaggi culturali” sono eletti a display dell’”autentica” vita tribale, ovvero che si è mantenuta inalterata nel tempo. Se l’ideologia alla base dell’Apartheid, così come gran parte dell’antropologia del secolo scorso, si è fondata su un paradigma classificatorio che intendeva mettere in luce le differenze piuttosto che gli elementi comuni, oggi viene comunque promossa dal governo e dall’industria turistica un’immagine legata all’esotismo di luoghi remoti, abitati da popoli diversi che vivono ancora come un tempo.

 

Fonti:
Marco Aime, L’incontro mancato, Torino, Bollati-Boringhieri, 2007
Gerhard Schütte,"Tourist and Tribes in the 'New' South Africa", Ethnostory, Vol. 50, n. 3 (2003), pp. 473-487

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