15 gennaio 2014

Spettacoli di danza per turisti a Mombasa: I masai come simbolo nazionale del Kenya




  
I colonialisti britannici, così come i mercanti e i viaggiatori che visitarono il Kenya, hanno per lungo tempo descritto i Samburu e i Masai come un popolo di pastori primitivi, esotici e riluttanti al cambiamento (Kasfir 2007). In seguito all’Indipendenza del Kenya nel 1963, queste immagini hanno continuato ad attrarre viaggiatori e turisti dall’Europa, ma hanno anche generato nuovi contesti in cui sia i Masai, sia i Samburu, potessero produrre capitale. I discorsi pubblici nazionali e le brochure turistiche, individuano le etnie Samburu e Masai attraverso l’immagine emblematica del giovane ed esotico guerriero (moran), che impugna la lancia e lo scudo, mezzo nudo, con i capelli colorati di ocra e adornato con bracciali e collane di perline colorate. Mutuata dalle rappresentazioni dei primi viaggiatori e ufficiali coloniali, l’immagine del guerriero masai divenne l’icona della tradizione e una delle attrattive principali del Kenya come destinazione turistica internazionale, accanto alla fauna selvatica e alle spiagge paradisiache.
Nel discorso coloniale britannico i pastori Masai costituivano un problema, sia a causa dei loro grandi greggi che mettevano a rischio la conservazione dei pascoli e dell’ambiente in generale, sia perché essi mostravano uno scarso interesse nei vantaggi offerti dalla colonizzazione (beni materiali, partecipazione nell’economia del denaro ecc.) preferendo rimanere fedeli a uno stile di vita spartano e rifiutandosi di diventare lavoratori salariati alle dipendenze degli europei. Nello stato post-coloniale, i pastori erano comunque visti come un problema: la necessità di terreni dove pascolare i greggi si scontra con il bisogno di creare parchi e riserve dove i turisti possano osservare la flora e la fauna del luogo. Lo stesso problema si manifesta anche con le crescenti popolazioni sedentarie del Kenya, come i kikuyu, che praticano l’agricoltura e che necessitano di terreni da coltivare. Ma i Masai e i Samburu oggi sono al centro dell’interesse dei turisti che non si limita alla bellezza del mare e alla ricchezza della fauna, ma che è diretto anche all’incontro con i popoli “tribali” (Kasfir 2010: 377).

Gli studi antropologici sul turismo hanno mostrato come le rappresentazioni visuali e testuali mediano le relazioni asimmetriche fra i turisti e le comunità ospitanti. Cartoline, magliette, coffee-table books, statuette intagliate nel legno che ritraggono guerrieri masai prodotte dai Kamba, ma anche film hollywoodiani come The Air Up There (1994) con Kevin Bacon e The Ghost and the Darkness (1996) con Michael Douglas e Val Kilmer, sono alcuni esempi di strumenti attraverso cui l’immagine del guerriero viene mercificata.
Gli elementi che descrivono i masai, enfatizzati in questi materiali, compaiono in parte nei resoconti di viaggiatori e missionari del XIX secolo che raggiunsero un vasto pubblico.
Il primo resoconto del guerriero masai fu opera del geografo Joseph Thomson, Through Masai Land (1885), che li descrisse elogiandone la fierezza, il portamento aristocratico ma anche bestiali, violenti e fornicatori. Contribuì, inoltre, enfatizzandone le differenze rispetto alle altre popolazioni africane e la loro fiera indipendenza, a creare uno stereotipo funzionale alla dominazione coloniale da sempre impegnata a mantenere e sfruttare le differenze etniche (Hughes 2006). Seguirono poi altre pubblicazioni e resoconti di viaggio che ebbero molta eco fra gli europei del XIX secolo. È il caso del resoconto del libro del missionario tedesco Krapf pubblicato in Germania nel 1858 e poi tradotto in inglese due anni dopo. Qui i masai sono descritti come guerrieri combattivi (sebbene molti fatti storici lo smentiscano), avidi di terra più di quanto ne avessero realmente bisogno e consumatori di cibi crudi (latte, sangue e miele). Queste descrizioni furono utilizzate dall’amministrazione coloniale per legittimare le successive misure repressive dirette contro i masai (i masai non erano in grado di sfruttare al meglio la terra per cui era legittimo sottrargliela) e per rimuoverli dalla categoria di “uomini civilizzati” relegandoli quella di “uomini naturali” (i masai consumano cibi crudi) (Hughes 2006).
Dal 1890 in poi fotografie di boscimani australiani e di guerrieri masai e zulu dominarono le rappresentazioni popolari delle popolazioni africane nei libri, nelle cartoline, e nelle esposizioni coloniali. I guerrieri finirono per rappresentare i rispettivi gruppi etnici, rinforzando l’idea nell’immaginario occidentale, che queste “tribù” fossero prevalentemente marziali (Hughes 2006: 268).
Nel 1901 il libro The Last of the Masai, di Sidney e Hildegarde Hinde, aggiunse un ulteriore elemento che da quel momento caratterizzò l’immagine dei guerrieri masai: essi vennero dipinti come un esempio di razza pura che stava scomparendo. Il titolo del libro stava ad indicare il fatto che la cultura masai, con le sue tradizioni, i suoi costumi e le sue credenze non erano state contaminate dal contatto con la civilizzazione e gli altri popoli Bantu. Con queste affermazioni, la nostalgia divenne un elemento costante della loro rappresentazione (Hughes 2006).
Oggi, nella promozione turistica del Kenya, alcune di queste caratteristiche sono utilizzate per sponsorizzare i masai come simbolo nazionale. Essi sono la faccia della “vecchia Africa”, descritti come primitivi, la cui bellezza aristocratica e selvaggia, costituisce un’attrattiva per i turisti occidentali desiderosi di incontrare il guerriero “tribale” (Hughes 2006). Ma se i resoconti storici e la promozione turistica sono al di fuori del controllo dei masai, il loro coinvolgimento nell’industria turistica attraverso le danze organizzate negli alberghi della costa, nei lodge dei parchi e nelle riserve nazionali, nonché l’apertura ai turisti, dietro pagamento di una tassa di ammissione, dei loro villaggi, comporta una partecipazione volontaria. I masai hanno compreso che l’interesse dei turisti per i loro costumi e le loro tradizioni, può tradursi in un vantaggio economico che può quindi essere sfruttato offrendo ai turisti una rappresentazione di se stessi che incontri le loro aspettative.


Fonti:

Hughes L., “’Beautiful Beasts’ and Brave Warriors: The Longevity of Maasai Stereotype”, in Romanucci-Ross L., De Vos G. A. e Tsuda T. (a cura di), Ethnic Identity: Problems and Prospects for the Twenty-First Century, Lanham, MD, AltaMira Press, 2006, pp. 264-294

Kasfir S. L., “Slam-Drunkikg and te Last Noble Savage”, Visual Anthropology, vol. 15, n. 3-4 (2010), pp. 369-385

Meiu G.P., “On Difference, Desire and the Aesthetics of the Unexpected: The White Masai in Kenyan Tourism”, in Skinner J. e Theodossopoulos D., Great Expectations. Immagination and Anticipation on Tourism, New York – Oxford, Berghahn Books, 2011, pp. 96-113

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